“Feuerbach, insomma, cominciò a far rotolare il pesante masso. Senza il suo contributo la disgregazione della scuola hegeliana si sarebbe facilmente ridotta a un battibecco fra professori e fra letterati, senza produrre niente di filosoficamente essenziale che andasse oltre Hegel. Il che fu visto con chiarezza da Marx. Non per nulla nei ‘Manoscritti economico-filosofici’ egli scrive: «Feuerbach è il solo che sia in un rapporto ‘serio e critico’ con la dialettica hegeliana, e che abbia fatto delle vere scoperte in questo campo e sia insomma il vero vincitore della vecchia filosofia» (4). Ciò non impedisce però né a lui né a Engels, inizialmente entusiasta di Feuerbach, di accorgersi che la semplice svolta dalle mediazioni idealistiche di Hegel alla immediatezza materialistica lascia del tutto irrisolti i problemi realmente essenziali della ristrutturazione della dialettica hegeliana, che Feuerbach in parte non vede i problemi decisivi di questo rivolgimento filosofico, in parte tratta importanti questioni della dialettica con una immediatezza talmente semplificata che le cose dette con intento progressivo si rovesciano in una assurdità regressiva. Per prima citeremo l’osservazione di Marx nell’ ‘Ideologia tedesca’: «Fin tanto che Feuerbach è materialista, per lui la storia non appare, e fin tanto che prende in considerazione la storia non è un materialista. Materialismo e storia per lui sono del tutto divergenti» (5). (…) L’atteggiamento critico, presente fin dall’inizio, verso la filosofia di Feuerbach non impedisce a Marx, come abbiamo visto, di rendersi conto che il suo contributo dava la spinta risolutiva per superare realmente la filosofia hegeliana, per elaborare dal materialismo filosofico una visione del mondo genuina e comprensiva, che sarà in grado di proporsi come base teorica del sovvertimento effettivo, non semplicemente politico ma anche sociale. Già nel 1843 egli vede le cose in questo modo. «La critica della religione è il presupposto di ogni critica». Ma prima di questa frase si trova una constatazione: «Per la Germania la ‘critica della religione’ nell’essenziale è compiuta». Il suo andar oltre Feuerbach è, quindi, in primo luogo un estendere il problema all’essere e divenire socio-materiale degli uomini. La tesi feuerbachiana secondo cui non è la religione che fa l’uomo, ma è l’uomo che fa la religione, viene integrata da Marx estendendo l’estraniazione religiosa e il suo disvelamento teorico al complesso generale dei problemi politico-sociali della storia dell’umanità: «Infatti, la religione è la coscienza di sé e il sentimento di sé dell’uomo che non ha ancora conquistato o ha già di nuovo perduto se stesso. Ma ‘l’uomo’ non è un’entità astratta posta fuori del mondo. L’uomo è il ‘mondo dell’uomo’, lo Stato, la società. Questo Stato, questa società producono la religione, una ‘coscienza capovolta del mondo’, poiché essi sono un ‘mondo capovolto’. La religione è la teoria generale di questo mondo, il suo compendio enciclopedico, la sua logica in forma popolare, il suo point d’honneur spiritualistico, il suo entusiasmo, la sua sanzione morale, il suo solenne completamento, il suo universale fondamento di consolazione e giustificazione. Essa è la ‘realizzazione fantastica’ dell’essenza umana, poiché l”essenza umana’ non possiede una realtà vera. La lotta contro la religione è dunque, mediatamente, la lotta contro ‘quel mondo’, del quale la religione è l”aroma’ spirituale» (7)” (pag 620-621-622) [ György Lukács, a cura di Alberto Scarponi, Ontologia dell’essere sociale. II.2 Editori Riuniti, Roma, 1981 pag 335-813 8° note indice nomi; Nuova biblioteca di cultura, collana diretta da Ignazio Ambrogio] [(4) Mega, I, 3, p. 141 (trad. it. cit., p. 356); (5) Mega, I, 5, p. 34 (trad. it. cit., p.27); (7) Mega, I, I, p. 607 (trad. it., ‘Per la critica della filosofia del diritto di Hegel’, introduzione, cit., p. 190)]

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