“Gli ultimi dieci anni hanno sviluppato certamente nella piccola borghesia un odio crescente verso il proletariato. Questo deve impostare la sua politica facendo conto di dover combattere da solo le prossime battaglie. Ma già Marx ha indicato che il piccolo borghese, in quanto sta nel mezzo fra il capitalista e il proletario, oscilla continuamente fra i due, è l’uomo di tutt’e due i partiti. Noi non possiamo contare su di lui, egli sarà sempre un alleato insicuro, nella maggioranza dei casi – alcuni di loro individualmente possono diventare degli ottimi compagni -; la sua ostilità nei nostri confronti può aumentare ancora. Ma ciò non esclude che un giorno, per effetto dell’insopportabile pressione fiscale e di un improvviso crollo morale della classe al governo, la piccola borghesia passi in massa dalla nostra parte, e forse con ciò faccia vacillare i nostri avversari e decida la nostra vittoria. E in realtà essa non potrebbe far meglio i suoi interessi, poiché il proletariato vittorioso può offrire a tutti coloro che non sono sfruttatori, a tutti gli oppressi e gli sfruttati, anche a coloro che oggi vegetano come piccolo borghesi o piccoli contadini, un grande miglioramento delle loro condizioni di vita. Per quanto la piccola borghesia possa momentaneamente stare di fronte a noi con atteggiamento ostile, essa non costituisce certo un solido appoggio del regime esistente. Anch’essa vacilla e scricchiola in tutte le giunture, come tutte le altre basi della società”; “(…) [Q]uanto più minaccioso appariva il pericolo della rivoluzione, che ormai poteva essere soltanto una rivoluzione proletaria e anticapitalistica, tanto più strettamente le classi benestanti facevano blocco intorno ai loro governi. I piccoli borghesi e i piccoli agricoltori possedevano nei nuovi diritti politici, e in particolare nel diritto elettorale, mezzi molto efficaci per far pressione sui governi e ottenere da loro concessioni materiali ddi ogni genere. Tanto più essi preferivano comprare l’appoggio del governo per mezzo dei servizi politici che gli rendevano, quanto più preoccupante era diventato per loro quello che era stato fino ad allora il loro alleato nelle lotte politiche. Così lo spirito di insoddisfazione, provocato in molti strati della popolazione dalla depressione economica e dall’oppressione politica, generò soltanto un debole cambiamento, il quale, come abbiamo già notato, trovò nella caduta di Bismarck (1890) la sua espressione più significativa, accanto alla quale si può accennare ancora al tentativo del boulangismo in Francia (1889) di trasformare con la violenza la costituzione. Ma con questo ebbe fine anche la ‘parvenza’ di una situazione rivoluzionaria. Proprio nel periodo in cui avvennero questi cambiamenti politici, fu superata la depressione economica che durava da tanto tempo. Cominciò un’epoca di rapidissimo sviluppo economico, che è durata, con qualche interruzione, fino a poco tempo fa. (…) Ma questo stesso sviluppo era, a sua volta, conseguenza del rapido allargamento del mercato mondiale. (…) Tuttavia questa ripresa era chiaramente collegata con l’apertura dei mercati esterni, che coincideva nel tempo con la nuova politica coloniale iniziata a partire dagli anni ottanta, e così dalla massa della borghesia la politica coloniale fu posta in rapporto con lo sviluppo economico e per i borghesi delle grandi potenze europee sorse un nuovo ideale, che essi negli anni novanta cominciarono a contrapporre al socialismo, a quello stesso socialismo di fronte al quale tanti teorici della borghesia avevano già capitolato negli anni ottanta. Questo nuovo ideale era l’annessione di un territorio d’oltremare al territorio dello Stato in Europa, il cosiddetto ‘imperialismo’. Ma l’imperialismo di una grande potenza significa politica di conquista e significa ostilità nei confronti delle altre grandi potenze, che vogliono condurre la stessa politica di conquista nei medesimi territori d’oltremare” [Karl Kautsky, ‘La via al potere. Considerazioni politiche sulla maturazione della rivoluzione’ (1909), Bari Roma, 1969]

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