“[T]ali concezioni revisionistiche sono strettamente legate, sul piano istituzionale, alla teoria dello stato al di sopra delle classi, della trasformazione della società capitalista verso forme politiche in grado di accogliere ed esprimere le rivendicazioni del movimento operaio. Così che l’integrazione della classe operaia nel sistema viene raggiunta e teorizzata (sia pure indirettamente) negando il valore della lotta classista e accettando il principio della lotta legalitaria all’interno dello stato (accettando cioè il terreno di lotta, oggettivamente “dato” e da cui bisogna partire, non come una situazione da superare ma come un limite all’azione politica stessa, facendo quindi dello stato borghese la “cornice” della propria azione e accettandone l’ideologia. Sorge, a questo punto, una difficoltà che viene spesso opposta a chi imposta in questi termini il problema (ad esempio il rapporto tra classe operaia-tecnici); la scarsa coscienza che i protagonisti, sia pure passivi, cioè le categorie sociali che vengono progressivamente a far parte della classe operaia hanno di tale processo di proletarizzazione. In sostanza, questo è il nucleo dell’obiezione, non solo questi strati sociali non hanno coscienza adeguata del processo oggettivo che li investe; anzi, tale processo viene soggettivamente contrastato dalle tenaci resistenze che questi gruppi sociali offrono alla traduzione in termini politici di tale situazione. E non è obiezione che manchi di concretezza: le società capitalistiche industrializzate registrano invece il fenomeno opposto, l'”imborghesimento” della classe operaia, cioè l’accettazione di valori borghesi come ulteriore mistificazione del reale schieramento di classe. Non è un fatto di poco rilievo, questo che oggettivamente constatiamo, anche se ci sembra che ‘solo qui’ si radichi la ragione di fondo della esistenza del partito di classe. Il partito rivoluzionario trova la sua ragion d’essere nel dato della notevole rottura esistente tra lo sviluppo oggettivo dei rapporti di classe e il grado di coscienza soggettiva che la classe operaia ha di questo rapporto. Già Marx (‘Prefazione a ‘Per la critica dell’economia politica’) diceva che “non si può giudicare cosa sia un individuo da quello che egli pensa di essere”, che “è impossibile giudicare un’epoca rivoluzionaria dalla sua coscienza, giacché questa coscienza va spiegata in base alle contraddizioni della vita materiale”. E Lukács (in ‘Storia e coscienza di classe’): “Il fatto che, quasi senza eccezioni, uno strato dirigente influente dei partiti operai si collochi apertamente a fianco della borghesia, che un’altra parte intrattenga con essa alleanze nascoste, non dichiarate, e che sia possibile a entrambe, culturalmente e organizzativamente, conservare allo stesso tempo sotto la loro direzione gli strati decisivi del proletariato deve costituire il punto di partenza del partito operaio rivoluzionario”. Non ci pare, a questo proposito, quindi, di dover ritenere come fondata l’obiezione che si tratta di un lavoro lungo, di lunga scadenza, che il grado di coscienza di classe sia inadeguato rispetto alla realtà (…)” [Federico Stame, ‘Strutture e strategia del partito di classe’, (in) ‘Problemi del socialismo’, Roma. n. 9 1966]

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