“All’inizio degli anni settanta fanno la loro prima apparizione in Italia le traduzioni delle principali opere di Marx (4) e d Engels. ‘Il Capitale’ viene riassunto e pubblicato da Carlo Cafiero nel 1879. Nel 1887 la ‘Rivista italiana del socialismo’ pubblica ‘La guerra civile in Francia’, scritto da Marx nel 1871 sugli avvenimenti della Comune di Parigi; nel 1888 sull”Eco del Popolo’ di Cremona è pubblicato il ‘Manifesto’ (1848), che uscirà in volume nel 1890. Nell’arco di tempo compreso tra il 1888 e il 1890 circolano altri scritti di Marx, Engels e di teorici quali Karl Kautsky (1854-1938), Paul Lafargue (1842-1911) e Georgij V. Plechanov (1856-1918). Un contributo non meno importante alla conoscenza e diffusione del marxismo in Italia sono i contatti diretti tra Marx, Engels e singoli esponenti politici, organizzazioni e giornali, tra i quali si distingue ‘La Plebe’. Ma la personalità che in Italia riesce a diffondere in modo originale il marxismo, «secondo l’angolo visuale del cervello nazionale», è il filosofo Antonio Labriola (1843-1904). Passato dal liberalismo moderato al socialismo e al marxismo, Labriola intrattiene una fitta corrispondenza con Engels e con i più noti esponenti del socialismo internazionale, da Kautsky a Bernstein, Sorel e Adler. Attento ai problemi dei lavoratori, è attivo nell’opera di organizzazione del nascente movimento operaio e socialista e nella costruzione di un partito autonomo della classe operaia. La sua partecipazione alle lotte dei disoccupati di Roma e il suo concreto impegno nella battaglia per la riduzione della giornata lavorativa a otto ore lo fanno un intellettuale tutt’altro che isolato o «sbandato», come egli stesso si definì. In una lettera aperta a Ettore Socci, presidente del Circolo radicale romano, alla vigilia del congresso democratico del maggio 1890, Labriola scrive: «La democrazia non può esaurirsi nell’adorazione di fantastiche formule» [e contro il pericolo] «di nuove illusioni e di nuovi disinganni, noi socialisti, che attingiamo l’ispirazione nostra alla analisi rigorosa della vita storica, noi socialisti risolutamente affermiamo: non avere il proletariato altra speranza di riuscita, da quella in fuori di fidare unicamente in se stesso, di organizzarsi in partito dei lavoratori, di non cedere né a lusinghe né a promesse di miglioramenti politici, perniciosi di intenzione se retrogradi, ma non meno perniciosi, per quanto involontariamente, se giacobini, se dottrinari, se idealisti» (‘Democrazia e socialismo in Italia’). Il modello, per Labriola, è la socialdemocrazia tedesca: i suoi richiami al marxismo, il suo grande successo elettorale del febbraio 1890 e la conseguente abrogazione delle leggi antisocialiste di Bismarck (1815-1898) hanno una notevole influenza sul movimento socialista italiano. Labriola è quindi un protagonista particolare della storia del marxismo, teso, come annota Gastone Manacorda, «a far superare al movimento socialista italiano la sua arretratezza portandolo al livello di quello europeo»” [Nicola Lisanti, ‘Il movimento operaio in Italia, 1860-1980. Dall’Unità ai nostri giorni’, Roma, 1986] [(4) Vedi ‘Karl Marx’, di Nicolao Merker, “Libri di base”, 56, 1983]

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