“(…) [L]a teoria della crisi come sottoconsumo che ai populisti serviva per negare la realtà dello sviluppo capitalistico e per suggerire soluzioni «romantiche», in Rosa Luxemburg, diventa invece il mezzo per – se così si può dire – datare il crollo del capitalismo. Anche per Lenin l’imperialismo è capitalismo morente, ma non in quanto sarà spazzato dalla grande crisi di sottoconsumo, bensì in quanto «i rapporti di economia privata e di proprietà privata formano un involucro non più corrispondente al contenuto, involucro che deve andare inevitabilmente in putrefazione qualora ne venga ostacolata artificialmente l’eliminazione, e in stato di putrefazione potrà magari durare un tempo relativamente lungo… ma infine fatalmente eliminato» (4). La differenza fra le due posizioni è rilevante agli effetti della visione politica generale: infatti mentre per un verso la Luxemburg è accanita sostenitrice della funzione decisiva dell’azione politica cosciente della classe operaia, sotto il profilo qui considerato la sua impostazione contiene tutti gli elementi del fatalismo economico. Tale contraddizione, assente in Lenin, riposa su un eccessivo schematismo teorico che l’aveva portata a ipostatizzare a essenza della crisi un determinato aspetto della crisi stessa, mentre le sfuggiva, quel suo strato più profondo che consentiva, invece, a Lenin una assi maggior lucidità e capacità dialettica. E non è questa la sola contraddizione: R. Luxemburg concorda con Kautsky e con Lenin nel negare l’esistenza di una teoria marxista del crollo «naturale» del capitalismo e di una legge della miseria crescente (al riguardo, è strano che in tempi recentissimi, ridiscutendo codeste pseudo-teorie, ci si sia spesso dimenticati della polemica Kautsky-Bernstein a cavallo dei primi anni del secolo e la netta presa di posizione di Lenin in materia). Ma le sue tesi sulla realizzazione del plusvalore e sulla compressione dei consumi, operano esattamente in senso opposto (5). Infine, nel quadro dell’imperialismo tracciato dalla Luxemburg, il fenomeno della concentrazione del capitale non ha che un posto secondario o irrilevante: solo a p. 449 si parla dei monopoli e unicamente in una breve nota ove cartelli e trust diventano nulla più di «manifestazioni periferiche della fase imperialistica sul terreno della lotta di concorrenza interna fra gruppi capitalistici per la monopolizzazione dei campi di accumulazione esistenti e per la suddivisione del profitto». L’iniziale distorsione agisce anche qui, sino al punto da impedirle di vedere la funzione decisiva della concentrazione capitalistica, ridotta a mero fenomeno laterale del problema della realizzazione. Come e quanto tale posizione diverga da quella di Lenin merita di esser sottolineata con la citazione di un notissimo brano di ‘Imperialismo’: «L’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto ad un determinato e ormai alto grado del suo sviluppo, allorché alcune qualità fondamentali del capitalismo cominciarono a mutarsi nel loro opposto, quando pienamente si affermarono e si rivelarono i sintomi del trapasso a un più elevato ordinamento economico e sociale. In questo processo vi è di fondamentale, nei rapporti economici, la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza» (p. 82-83)” [(4) ‘Imperialismo, fase suprema del capitalismo’, Roma, Edizioni Rinascita, 1948, p. 118; (5) Vale la pena di rilevare come in tutta la letteratura tedesca di sinistra il pauperismo sia, dopo il 1918, un motivo dominante che l’espressionismo esaspera nella sua polemica antiborghese: il protagonista principale tende ad essere più il sottoproletariato che la classe operaia: è la questione sociale una questione di redditi più che una questione di rapporti di classe] [Rodolfo Banfi, ‘Appunti sull”Accumulazione del capitale’ di Rosa Luxemburg’] [(in) ‘Rivista Storica del Socialismo’, n. 10, 1960] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]