“La rivista ‘Società’ accoglie lavori di più vaste dimensioni, quindi le questioni intorno al problema della scienza (molto rare comunque) assumono il carattere di studi; il risultato è però identico. C’è un’abbondante messe di citazioni, di note, un’apparente scientificità insomma, messa in scena con sostanziale spirito antiscientifico. L’autore più rielaborato è in genere Lenin, quindi Engels, infine Marx, testo quest’ultimo meno agevole per essere utilizzato a certi fini dogmatici, tranne a citarlo mistificandone il senso delle parole. Le opere di confronto preferite sono la famosa «Materialismo ed empiriocriticismo» o l’engelsiane «Antidühring» e «Dialettica della natura»; il metodo seguito è quello dell’opposizione (mai dell’integrazione), consistente nell’opporre alla tesi avversaria una tesi-aforisma propria, ch’è, in genere, una citazione d’uno dei «testi», introdotta dalla parole «…difatti Lenin o Engels o Marx…, dice…». Vogliamo qui accennare solo a due esempi di questo metodo contenuti in «Società» (n. 25, ottobre ’55) e abbiamo scelto gli scritti di due giovani intellettuali «non funzionari» che ‘solo’ per convinzione ideologica lo applicavano. Lucio Colletti interveniva in uno studio di Giulio Preti pubblicato su «Rivista di filosofia» del gennaio ’55, dal titolo «Materialismo storico e teoria dell’evoluzione». Il lavoro del Preti era un interessante esempio di applicazione delle moderne ricerche epistemologiche al marxismo. Il risultato era la ‘necessaria’ conseguente distinzione tra «materialismo storico» (Marx) e «materialismo dialettico» (Engels, Lenin) e quindi determinava una ‘frattura’ nell’ideologia monolitica del marxismo-leninismo, sostenuta dalla cultura marxista del periodo frontista. A quel tempo questa ‘scissione’, questa ‘distinzione’ era giudicata questione «eretica», mentre oggi, come vedremo, costituisce (deve costituire) l’argomento ideologico di ‘fondo’, pregiudiziale, per una chiarificazione e distinzione tra marxismo e leninismo (e non solo sul tema della scientificità), che ha profondi riflessi politici nella urgente delimitazione rispettiva dei movimenti «socialista» e «comunista». (Questo è il punto centrale delle presenti note). Vediamo ora come reagiva (e ancora oggi in qualche tendenza) la cultura ufficiale a questo «distinguo» che tendeva a chiarire ciò che era «intenzionalmente» tenuto confuso, non per ragioni scientifiche, ma per una contingenza tattico-politica, anche giustificabile, se si vuole. Dunque il presupposto di questo «distinguo» discendeva, nel discorso del Preti, dalla distinzione tra «le due serie» di eventi, quelli dell’«evoluzione naturale» e quelli della «storia umana». Due «storicità», quindi, distinte secondo il «genere»: altro è il fenomeno «fisico-naturale», altro quello «umano-sociale». E Marx aveva indagato nel mondo del secondo, fondando la metodologia del «materialismo storico», senza ‘mai’ pretendere di estenderlo allo studio della natura pre-umana, ‘fuori’ del rapporto con l’uomo. Tale estensione, com’è noto, fu operata da Engels e continuata da Lenin e prese il nome di «materialismo dialettico», ed ebbe la pretesa di colmare quel ‘vuoto’, quel ‘dualismo’ tra uomo e natura, aperto al ‘rischio’ della criticità e della problematicità. («La dialettica, nel senso proprio della parola, è lo studio delle contraddizioni nell”essenza stessa delle cose’». Lenin, “Quaderni di filosofia”). Senza qui entrare in merito alla questione nei particolari, noteremo solo come questa fondazione ‘monistica’, senza soluzione di continuità tra le «due storie», tra la natura e l’uomo, era la ‘condizione’ per costruire una ‘Weltanschauung’, una visione della vita «totale», levigata, senza spacchi, in cui l’ideale uomo «marxiano» potesse viverci a suo agio, senza irrequietezze, per dedicarsi solo ai problemi della erigenda «società comunista». Finalità pragmatica quella di Lenin, quindi, che non sfugge a nessuno e nemmeno al Colletti, il quale senza dubbio sapeva che le argomentazioni a sostegno di questa tesi del «marxismo dialettico» non hanno alcuna verificabilità scientifica, né criticità filosofica. Ma il suo compito era un ‘altro’, di carattere etico-politico, quindi la scientificità (che ne era l’assunto apparente), come tale vi era subordinato (3). Solo in virtù di questo pregiudizio ideologico antiscientifico egli poteva integrare (?) Marx con Lenin, mettere accanto, con inaudita audacia, ad esempio, due proposizione gnoseologiche, profondamente diverse, come queste: «Il concreto del pensiero è «un prodotto del cervello pensante che si appropria il mondo nella ‘sola’ maniera che gli è possibile» (Marx) e «Qui [nel processo conoscitivo] si danno ‘realmente’, oggettivamente tre membri: 1) la natura; 2) la conoscenza umana = il cervello dell’uomo (in quanto il ‘prodotto più alto’ della natura stessa); 3) la forma del ‘rispecchiamento’ della natura nella conoscenza umana» (Lenin) («Società» citata pag 819). Oppure avallare incautamente un’interpretazione falsificata del pensiero di Marx, come questa: «Marx ha posto fine al vecchio pregiudizio che «il campo dei fenomeni sociali si ‘differenzia’ in modo particolare dal campo dei fenomeni della storia naturale… «creando così» una base salda per rappresentare l’evoluzione delle formazioni sociali come un processo ‘storico naturale’» (Lenin) (ibidem pag 790). E per sostener tanto, cioè la leninista identità di applicare «alle scienze sociali lo ‘stesso metodo’ della scienza della natura», il Colletti cita, in nota, una frase di Marx («La scienza naturale comprenderà un giorno la scienza dell’uomo, come la scienza dell’uomo comprenderà la scienza naturale: non ci sarà che ‘una’ scienza»), che ha un valore del ‘tutto diverso’. (L”unicità’ auspicata da Marx ha un valore metodologico ‘umanizzante’, proprio dell’umanesimo marxiano, quale appropriazione degli strumenti «alienati» dell’uomo nella concezione borghese della società; mentre per Lenin ha un valore ‘ontologico’ a quest’ultimo, cioè, premeva fondare una ‘unità’ scientifica, caratterizzata dalla categoria della «necessità» tali che i fatti umani avessero quella «naturalità» (ineluttabilità) proprio dei fenomeni della natura. E non bisogna dimenticare che la scienza dell’epoca leninista si muoveva nell’ambito della legge positivista della «causalità», ovvero della necessità. In altri termini Lenin «utilizzava» una caratteristica della scienza del suo tempo per fini pragmatici)” [Giuseppe Picardi, ‘Marxismo e scientificità’, ‘Problemi del Socialismo’, Roma, n. 5, maggio 1958] [(3) Vogliamo ricordare che in quello stesso tempo Roberto Guiducci recensì su «Ragionamenti» (novembre-dicembre ’55, n. 2) il lavoro del Preti e ne riconobbe la positività, perché introduceva nella «problematica marxista elementi nuovi  provenienti dalle moderne ricerche epistemologiche»; però pur riconoscendo, implicitamente, che il discorso del Preti poneva in crisi il sistema leninista del «materialismo dialettico» in ordine alla scientificità, non ne enucleò le ‘dovute conseguenze’ che derivavano sui vari piani, da quello scientifico a quello sociale, politico, ecc., per il «gramscismo» della sua posizione. «Gramscismo» che è poi la ‘variante latina’ del leninismo] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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