“Dagli avvenimenti del ’48-’49, Lassalle trasse questa lezione inconfutabile: che nessuna lotta in Europa potrà avere successo se, fin dall’inizio, non sarà proclamata come lotta autenticamente socialista; che non potrà riuscire nessuna lotta in cui le questioni sociali entrino soltanto come un elemento nebuloso e restino in secondo piano, una lotta che sia condotta esteriormente sotto l’insegna di una rinascita nazionale e di un repubblicanesimo borghese… Nella rivoluzione alla quale la storia porrà l’inizio del 1905, il proletariato per la prima volta si è mosso sotto una propria insegna, in nome di propri scopi. E nello stesso tempo è indubitabile che nessuna delle antiche rivoluzioni abbia assorbita una tale quantità di energia popolare ed abbia realizzato conquiste positive così trascurabili, come ha fatto la rivoluzione russa sino a questo momento. Non abbiamo nessuna intenzione di profetizzare su come si svolgeranno gli avvenimenti nelle prossime settimane o mesi. Ma per noi una cosa è chiara: la vittoria sarà possible solo seguendo il cammino indicato nel 1849 da Lassalle. Dalla lotta di classe all’unità della nazione borghese non c’è via di ritorno. La «mancanza di risultati» della rivoluzione russa non è altro che un riflesso momentaneo del suo profondo carattere sociale. In questa rivoluzione «borghese» senza borghesia rivoluzionaria il proletariato è spinto dall’andamento interno dei fatti verso l’egemonia sui contadini e verso la lotta per il potere statale. Contro l’ottusità politica del ‘muzik’, che ne suo villaggio assaliva il signore per impadronirsi della terra e, una volta indossata la divisa militare, sparava sugli operai, si è infranta la prima ondata della rivoluzione russa. Tutti gli avvenimenti rivoluzionari possono essere considerati come una serie di inesorabili lezioni dimostrative, per mezzo delle quali la storia inculca nel contadino la coscienza del legame tra i suoi bisogni locali e il problema centrale del potere statale. Alla scuola storica dei duri scontri e delle crudeli sconfitte vengono elaborati i presupposti della vittoria della rivoluzione. «Le rivoluzioni borghesi – scriveva Marx nel 1852 – passano più rapidamente di successo in successo, i loro effetti drammatici sono più potenti, gli uomini e gli avvenimenti sono illuminati come da un fuoco d’artificio, l’entusiasmo è il sentimento dominante di ogni giorno; ma esse sono effimere, raggiungono presto il loro apogeo, e la lunga apatia dell’ebbrezza si impossessa della società prima che essa abbia fatto in tempo ad assimilare sobriamente i risultati del periodo della tempesta e dell’assalto. Al contrario le rivoluzioni proletarie criticano ininterrottamente se stesse, cioè interrompono il loro corso, ritornano indietro e di nuovo ricominciano ciò che in apparenza è già compiuto, con spietata severità deridono l’indecisione, la debolezza, i difetti dei loro primi tentativi, abbattono l’avversario quasi solo perché egli raccolga nuove forze e si levi dinnanzi ad esse ancor più potente, indietreggiano continuamente, spaventate dall’indefinita immensità del proprio compito, finché non si saranno create, finalmente, quelle condizioni che escluderanno la possibilità di ogni ulteriore arretramento, finché la stessa vita non affermerà possentemente: ‘Hic Rhodus, hic salta!’» (‘Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte’)” [Leon Trotsky, ‘1905’, Milano, 1978]

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