“Scritti nell’arco di oltre un decennio, i saggi di Pierre Vilar raccolti per il lettore italiano sotto il titolo ‘Sviluppo economico e analisi storica’ (Laterza, Bari, 1970) mostrano l’esemplare coerenza di pensiero di un autore che procede nel solco della grande tradizione storiografica francese da Bloch a Febvre al diretto maestro Labrousse, e che, forte di questa eredità, arricchita da un vigoroso apprendimento della lezione marxiana, affronta i temi fondamentali dei rapporti tra scienza storica e scienza economica ingaggiando con giovanile entusiasmo una sorta di dialogo-scontro con illustri e meno illustri esponenti di tutte le altre correnti storiografiche ed economiche. (…) Concetto-spartiacque, si è detto, perché è in definitiva in base all’accettazione o al rifiuto, espliciti o meno di tale concetto che Vilar giudica storici ed economisti. Attorno all’idea di un «programma di storia totale» egli traccia un bilancio consuntivo di tutta una vastissima esperienza storiografica, culminante nella insuperata concezione marxiana del processo storico, Vilar fa sua la definizione di Schumpeter: «Marx fu il primo economista di gran classe a riconoscere e ad insegnare sistematicamente in che modo la teoria economica può essere convertita in analisi storica e in che modo l’«esposizione storica può essere convertita in storia ragionata» (p. 146); ma aggiunge che «in questo campo immenso della storia, il marxismo non ha solo ‘spiegato’: ha agito, è intervenuto. E al tempo stesso, confrontandosi con la realtà, si è ‘modificato’ e ‘arricchito’ qualificandosi in tal modo come vera e propria «teoria [qui evidentemente contrapposta a ‘ideologia’: n.r.d.]» (p. 148). A questa poderosa opera di sintesi, che cosa hanno opposto gli scienziati ‘borghesi’? Ieri, il ripiegamento soggettivistico con i marginalisti e la sterile collezione di fatti con gli eruditi della Scuola storica tedesca; oggi, l’irrazionalismo e il particolarismo con Raymond Aron (cfr. pp. 134 ss.), il problematicismo intellettualistico con Sartre (1), lo schematismo meccanicistico con Rostow (cfr. pp. 171 e ss.). Certamente le critiche di Vilar a questi autori colgono in buona parte nel segno. Ma lo sgombrare il campo di vecchie o inadeguate filosofie della storia, se è condizione necessaria per aprire un fruttuoso dibattito tra scienziati sociali, non ne è ancora condizione sufficiente. Dipende da quello che proponiamo di sostituire ad esse. Nel quinto saggio qui raccolto e intitolato ‘Storia sociale e filosofia della storia’ l’autore, pur rifiutando per il marxismo la definizione di filosofia della storia, sottolinea che «Marx fu il primo scienziato che abbia proposto una teoria generale della società in movimento» (p. 216) (2); e mostra di aderire alla classica interpretazione del marxismo come filosofia della prassi, accogliendo la definizione di esso data da Garaudy, di «metodologia dell’iniziativa storica» (p. 218). Corrispondentemente, nelle pagine precedenti era stata esaltata la raffinatezza degli strumenti di analisi economica marxiana (3), i quali avrebbero permesso agli scienziati sociali marxisti di anticipare di molti decenni conclusioni circa l’oligopolio, gli scambi ineguali nel commercio internazionale, la pianificazione dello sviluppo economico che gli economisti ‘borghesi’ hanno faticosamente raggiunto soltanto in tempi relativamente recenti. Sono, come si vede, affermazioni alquanto perentorie, che meriterebbero una lunga discussione. Ma non si tratta di questo. Al di là di ogni ‘verve’ polemica, il Vilar ha il merito di far risaltare, dell’insegnamento marxiano, il triplice e indisgiungibile carattere di teoria dello sviluppo ‘storico’, di teoria ‘economica’, di prassi ‘rivoluzionaria’. Ma proprio perché questi aspetti sono nel marxismo tra loro inseparabili, proprio perché costituiscono un ‘corpus’ che si contrappone integralmente alle ideologie ‘borghesi’, appare a dir poco problematico l’invito al dialogo e alla collaborazione rivolto da Vilar a storici ed economisti in quanto tali” [Riccardo Faucci, ‘Sviluppo storico e analisi storica (e viceversa)’, Quaderni Storici’, Urbino, 1/1971] [(1) La critica di Vilar a Sartre è, ci sembra, esemplare del suo modo di argomentare (…); (2) L’autore si preoccupa subito dopo di precisare che «’una teoria generale non è una filosofia’. E’ l’insieme di una serie di ipotesi sottomesse o da sottomettersi alla verifica dell’esperienza». Preoccupazione, a nostro parere, forse superflua, in quanto tutte le filosofie non metafisiche si sottomettono volentieri alla «verifica dell’esperienza»; (3) «Mettendo l’accento sul processo puramente economico ed ‘endogeno’ della riproduzione capitalistica, Marx si pone, ciò facendo, alla testa dei ‘teorici’ dello sviluppo. E ci si potrebbe divertire ad estrarre dalla sua opera un condensato di centottanta pagine di teoria pura dello sviluppo, delle stesse dimensioni pressappoco di quello di Harrod» (p. 22)]

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