“Peraltro, i popoli coloniali non sono le uniche vittime dei conflitti e delle guerre connesse con l’espansione del commercio e la formazione del mercato mondiale. Il discorso sul libero scambio a Bruxelles pronunciato da Marx nel gennaio 1848 richiama l’attenzione sul carattere tutt’altro che amichevole e fraterno del rapporto che «il libero scambio» istituisce «fra le varie nazioni della terra» (ivi, vol. 4, pp. 471-485). In realtà – mette in evidenza il ‘Manifesto del partito comunista’ – «la borghesia è sempre in lotta (…) contro la borghesia di tutti i paesi stranieri», e si tratta di una lotta così aspra da sfociare in una «guerra industriale di annientamento tra le nazioni» (ivi, vol. 4, pp. 471-485). Le guerre coloniali condotte s’intrecciano con «la guerra commerciale delle nazioni europee». E’ uno scontro gigantesco che ha «l’orbe terracqueo come teatro» (ivi, vol. 23, p. 779), il medesimo teatro del mercato mondiale. E dunque, prendere sul serio l’ideale della pace perpetua significa fare i conti non solo con le illusioni scaturite dalla rivoluzione francese, ma anche con quelle espresse in particolare da Constant, che ancora riecheggiano, sia pure intramezzate da dubbi angosciosi, in Comte e Spencer. In realtà, la loro visione della pace perpetua riposa sulla mancata universalizzazione o sull’assenza di una conseguente universalizzazione del problema della pace e della guerra: essi cioè possono celebrare quali protagonisti del previsto o auspicato processo di sradicamento della guerra i paesi più avanzati sul piano industriale e commerciale solo per il fatto di non considerare in modo coerente e costante, quali guerre le guerre coloniali scatenate per l’appunto da quei paesi. Ed è proprio nella messa in discussione e nella confutazione di tale visione che risiede il più importante contributo di Marx ed Engels alla comprensione del problema della pace e della guerra. Diamo in primo luogo la parola a ‘Miseria della filosofia’, pubblicata nel 1847: «I popoli moderni non hanno saputo fare altro che mascherare la schiavitù nel loro proprio paese e l’hanno imposta senza maschera al Nuovo mondo» (ivi, vol. 4, p. 132). L’assoggettamento schiavistico e la guerra (in esso implicita) a danno dei neri proseguono in modo esplicito proprio nel paese (gli Stati Uniti) che pure, per la sua storia, non ha alle spalle l’Antico regime. Alcuni anni dopo, tenendo presente in particolare il dominio coloniale dalla Gran Bretagna imposto all’India, Marx ribadisce: «La profonda ipocrisia, l’intrinseca barbarie della civiltà borghese ci stanno dinanzi senza veli, non appena dalle grandi metropoli, dove esse prendono forme rispettabili, volgiamo gli occhi alle colonie, dove vanno in giro ignude» (ivi, vol. 9, p. 225). La barbarie capitalistica si manifesta nella sua repellente nudità nelle colonie anche perché è qui che le guerre di conquista non indietreggiano dinanzi ad alcuna infamia” [Domenico Losurdo, ‘Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente’, Roma, 2016]

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