“La questione sociale, è noto, si impone all’attenzione dell’opinione pubblica europea come il prodotto più pericoloso della ‘grande trasformazione’ e della rivoluzione industriale, assumendo una duplice configurazione. Da un lato essa concerne i rapporti tra ‘capitalisti’ (come inizia a dirsi) e operai, e dunque i problemi connessi allo sfruttamento del lavoro umano nella produzione di fabbrica (con tutto il corredo di problemi inerenti alla ‘moralità’, l”igiene’, la ‘salute’, specialmente delle donne e dei fanciulli); dall’altro lato essa contempla il fenomeno inusitato, da quella stessa produzione indotto, della pauperizzazione delle masse proletarie in gran parte urbanizzate. Non c’è dubbio che alcune notazioni che Tocqueville fa a proposito del rapporto tra imprenditori e operai sono di un certo rilievo e manifestano la percezione del grande problema che il nuovo tipo di produzione crea per i rapporti sociali che costituisce e sottende (64). Ma nemmeno c’è dubbio, però, che il lettore ha, netta, la sensazione che egli, pur registrando, quasi per ragioni di completezza del ‘quadro’, anche il tema della produzione industriale capitalistica e indicandone alcuni ‘pericoli’, se ne voglia, contemporaneamente, come liberare (65); quasi la ‘piccola società’ da essa costituita tra grandi imprenditori e operai fosse capace di falsificare radicalmente la sua visione della democrazia moderna, e soprattutto quella del tipo di eguaglianza che in essa egli vede profilarsi tra gli uomini. Non è a caso infatti che il problema viene affrontato principalmente in un capitolo della seconda ‘Democrazia’ significativamente intitolato ‘Comment l’aristocratie pourrait sortir de l’industrie’, con cui si chiude la seconda Parte dell’opera del ’40 dedicata all’influsso della democrazia sui sentimenti. Anche qui il problema è affrontato in chiave psico-antropologica, dalla critica degli effetti sia della divisione del lavoro sull’operaio che della concentrazione del potere economico necessaria alla grande industria. A partire dalla divisione del lavoro in fabbrica, Tocqueville percepisce a acutamente registra i danni che essa provoca sull’individuo che, in quanto operaio, viene espropriato della sua umanità in funzione della produzione (l’operaio che si dedica con continuità alla sola fabbricazione di ‘teste di spillo’, «perde la facoltà generale di applicare la mente alla direzione del lavoro. Diventa ogni giorno più abile e meno capace, e si può dire che in lui l’uomo si degrada nella stessa misura in cui l’operaio si perfeziona» (66)) e, dunque, alienato a se stesso («egli non appartiene più a se stesso ma al mestiere che ha scelto» (67). Rispetto a questa ‘classe’, l’altra, quella dei padroni, si potenzia nella misura in cui la prima si abbrutisce; i due uomini finiscono per non somigliarsi più. «Uno assomiglia sempre più all’amministratore di un vasto impero, e l’altro a un bruto» (68). Ma la responsabilità di questo fenomeno non sembra affatto essere ricondotta all’effetto di quei fattori oggettivi che hanno dato origine alla rivoluzione industriale del mondo moderno, bensì alla ‘teoria industriale’. Con questo argomentare che potrebbe apparire ingenuità, Tocqueville scrive: «Una teoria industriale più potente dei costumi e delle leggi, l’ha legato (l’operaio) ad un mestiere e spesso ad un luogo che non può abbandonare, gli ha assegnato nella società un certo posto, da cui non può uscire. In mezzo al movimento universale, l’ha reso immobile»; e più sotto conclude: «Da un lato, quindi, la scienza industriale fa retrocedere continuamente la classe degli operai, dall’altra innalza quella dei padroni» (69). Tutto ciò sembra certamente poco per chi, come il nostro Autore, aveva visto Manchester rimanendone tanto colpito (70)” [Francesco M. De Sanctis, ‘Tempo di democrazia. Alexis Tocqueville’, Napoli, 2005] [(64) A. Salomon, ‘Tocqueville: Moralist and Sociologist’, (ora in Id. ‘In praise of Enlightment’, Cleveland, The World publishing Company, 1963) cit.., pp. 273 ss. definisce Tocqueville quasi un ‘marxista conservatore’. Sul rapporto Tocqueville-Marx, v. I. Geiss, ‘Tocqueville and Karl Marx. Eine vergleichende Analyse anläßlich des 100. Todestage von Alexis de Tocqueville’, in “Die neue Gesellschaft”, 6, 1959, pp. 237-240; R. Aron, ‘La società industriale’, trad. it. A. Devizzi, Milano, Comunità, 1971, pp. 29-43; J.P. Mayer, Alexis de Tocqueville und Karl Marx: Affinitäten und Gegensätze’, in “Zeitschrift für Politk”, 13, 1966, pp. 1-13. Rispetto a Marx, Tocqueville, secondo Jack Lively «suggested a course of development which accords much more with the experience of the most advanced industrial nations of his time, than does the Marxist picture of a locked conflict leading to the total subversion of the old society», in J. Lively, ‘The social and political Thought of Alexis de Tocqueville, Oxford, Clarendon Press, 1962, p. 218; (65) P. Renouvin, ‘Conclusion du Colloque’, in ‘Alexis de Tocqueville – Livre du centenaire’, cit., pp. 148-149, scrive a proposito del disinteresse di Tocqueville per le questioni economiche: «…si l’on compare Michel Chevalier a Tocqueville, la supériorité de Michel Chevalier, lorsqu’il s’agit de comprendre la vie économique americaine, est éclatante»; (66) DA II, p. 164  (649); (67) Ibidem. Anche l’espressione ‘mestiere’ che ha scelto’ è poco felice, non rende affatto conto della reale indisponibilità della propria condizione per i componenti della classe operaia; cosa che invece già attirava gli sguardi dell’opinione, anche letteraria, del tempo; (68) DA II, p. 165 (650); (69) Ibidem; (70) ‘Voyage’, II, pp. 78 ss., l’annotazione del 2 luglio 1835 (disseminata di espressioni quali «labirinto infetto», p. 80, riferito all’agglomerato fetido delle abitazioni della classe operaia; «lo Stige di questo nuovo inferno», p. 81, riferito a un ruscello che vi scorre frammezzo, ecc…) termina «E dal cuore di questa cloaca infetta che rampolla il fiume più grande dell’industria umana andando a fecondare l’universo. Da questa fogna immonda, sgorga oro puro. Qui lo spirito umano si perfeziona e si abbrutisce; la civiltà produce le sue meraviglie e l’uomo civilizzato ritorna pressoché selvaggio», p. 82]

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