“Tutta la cautela di Lenin, la sua insistenza sul compromesso e per una pace immediata, anche se “sconcia” per usare l’aggettivo con cui allora si definiva comunemente la pace di Brest [-Litovsk], nasceva dal sentimento e dal convincimento della rivoluzione come occasione unica che non poteva essere sciupata, perché ciò equivaleva a una perdita secca, forse irreparabile. Questo stato d’animo lo troviamo negli scritti di Lenin che precedono immediatamente l'”insurrezione armata” d’Ottobre, insurrezione che, citando Marx, definisce, nei “Consigli d’un assente”, un'”arte”, dichiarandosi convinto che “il successo della rivoluzione russa e della rivoluzione mondiale dipende da due o tre giorni di lotta” (2); nella lettera ai membri del Comitato centrale del 6 novembre pone il problema in modo perentorio e ultimativo: “Non si può aspettare!! Si può perdere tutto!”. E ancora: “Immane sarebbe l’errore dei rivoluzionari, se essi si lasciassero sfuggire il momento”. Il problema storico va risolto “non con delle votazioni, ma con la forza”, e – dice Lenin, ripetendo una frase già apparsa in suoi scritti di questo periodo – ogni “indugio nell’insurrezione significa morte” (3). Sempre in questo scritto, il suo ultimo prima della “presa del potere”, Lenin fa un’affermazione strana che, in forma diversa, come vedremo, tornerà in uno degli ultimi suoi scritti prima della morte: “La presa del potere è compito dell’insurrezione; il suo scopo politico si chiarirà dopo” (4). Nel suo discorso del 7 marzo 1918 al VII Congresso straordinario del partito, dove fu dibattuto il problema di Brest-Litovsk, Lenin ricorda il “momento felice” in cui “capitò” la rivoluzione bolscevica e parla degli “zig-zag della storia” grazie ai quali un “paese arretrato” ha potuto dare inizio alla “rivoluzione socialista” (5). Due altre parole chiave compaiono negli interventi di Lenin sulla pace di Brest: la prima parola è “scel'”, incrinatura, cioè quello spazio esiguo e precario che si apre tra le due coalizioni in conflitto; la seconda parola è “peredyska”, cioè quel momento di respiro, di tregua che è prezioso appunto per riprendere fiato in una situazione precaria e tesa. Lenin, naturalmente, non rinuncia all’idea della rivoluzione mondiale, ma già in questi interventi apporta ad essa vari correttivi (….) e introduce il concetto che la rivoluzione non “matura dappertutto simultaneamente” (6). La conclusione è: “se tu non sei capace di adattarti, se non sei disposto a strisciare sul ventre nel fango, allora non sei un rivoluzionario” (7); e ancora: “Cogliete la tregua (‘lovite peredysku’), anche solo di un’ora” (8). Ma altrove dice che questa “tregua” non sa quanto durerà” [Vittorio Strada, ‘Lenin e Trockij’, Estratto da ‘Storia del marxismo’, Volume terzo, ‘Il marxismo nell’età della Terza Internazionale. I Dalla rivoluzione d’Ottobre alla crisi del ’29’, Torino, 1980] [(2) V. Lenin, ‘Polnoe sobranie socinenij’, 5. edizione, vol. 34, p. 383 (Editori Riuniti, vol. 26, pp. 166-167); (3) Ibid., pp. 435-36 (vol. 26, pp. 220-21); (4) Ibid., p. 436 (p. 221); (5) Ibid., vol. 36; pp. 9 e 5-6 (vol. 27, pp. 79 e 75); (6) Ibid., pp. 18-19 (p. 87); (7) Ibid.; (8) Ibid., p. 26 (p. 93)][Lenin-Bibliographical-Materials]  [LBM*]

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