“Perfino i ‘Quaderni filosofici’ di Lenin, indicati spesso come la pietra di paragone di una ripresa della dialettica hegeliana nella teoria marxista, non portarono oltre un’elaborazione estremamente ricca della dialettica oggettivistica. In effetti, nella maggior parte dei teorici della II Internazionale, nonostante l’interesse piuttosto diffuso per la filosofia, troviamo un’ignoranza quasi totale del pensiero di Hegel. Convinti che Marx e la scienza moderna li proiettassero oltre Hegel, essi in realtà regredirono su posizioni teoriche prehegeliane e talvolta prekantiane. Come abbiamo visto, lo stesso Engels sviluppò in taluni casi formulazioni di un ingenuo realismo epistemologico, e Kautsky  (che non presunse mai di essere competente in filosofia) accentuò ulteriormente, rispetto a Engels, la “scienza dell’evoluzione”. Vorländer (nonostante la sua posizione di revisionista e di studioso di Kant) seguí su questo punto Kautsky, sostenendo che, data la teoria scientifico-naturale dell’evoluzione, unico nucleo razionale della dialettica, il resto di Hegel poteva e doveva essere eliminato (1). Negò altresí che i concetti di Hegel avessero molto a che fare con il ‘Capitale’, nonostante le affermazioni di Marx in contrario (2). In linea con la maggior parte dei progressisti suoi contemporanei – marxisti, neokantiani o positivisti – Vorländer riteneva decisamente che Hegel fosse un filosofo reazionario della “restaurazione”, colpevole delle più folli speculazioni filosofiche. Per parte sua Bernstein giunse invece ad associare Hegel all’errore opposto, quello di avere introdotto le illusioni rivoluzionarie nelle opere degli ignari Marx ed Engels. Interpretando nel modo più volgare la dialettica hegeliana, sostenne che la dialettica significa l’imposizione di una struttura di contraddizioni esplosive, autosviluppantisi, su una realtà che si sviluppa, ma solo in modo molto lento: per conseguenza, proseguiva Bernstein, Marx e Engels tendevano ad attendersi sbocchi rivoluzionari con un'”autosuggestione storica degna di un perfetto visionario politico”, incomprensibile “se non fosse possibile scorgervi il prodotto di un residuo di hegeliana dialettica della contraddizione, di cui Marx (come Engels, del resto) non si è mai completamente liberato” (3). Entro l’intero spettro della socialdemocrazia tedesca solo due pensatori sembrano sfuggire l’addebito di “Hegel-Ignoranz”: il russo Plechanov, e l’austriaco Adler. Nel 1896 Kautsky scrisse a Bernstein di Plechanov: “E’ il nostro filosofo, anzi l’unico tra noi che abbia studiato Hegel” (4). Tuttavia tale studio non gli impedì di trasformarne la dialettica in una prehegeliana filosofia della sostanza deterministica” [Andrew Arato, ‘L’antinomia del marxismo classico: marxismo e filosofia’, Torino, 1979] [(1) Steinberg, ‘Sozialismus’ cit., p. 57; I. Fetscher, ‘Das Verhältnis des Marxismus zu Hegel’, in ‘Marxismustudien’, Tübingen, 1960, pp. 88 sgg.; (2) Vorländer, ‘Kant und Marx’, cit. (1° ed.), p. 64; (3) E. Bernstein, ‘I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia’, Bari, 1974, p. 54; (4) Citato da Steinberg, ‘Sozialismus’ cit. p. 58. Lo stesso Steinberg sembra concordare con questo giudizio fondato su prove piuttosto scarse]

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