“Si vedano, ad esempio, le conclusioni a cui arriva Marx dopo l’esperienza della Comune di Parigi, in ‘La guerra civile in Francia’, dove è detto chiaramente che, oltre a quel potere statale che pretende di essere l’incarnazione della unità della nazione mentre non è che “un’escrescenza parassitaria”, esistono pure nel vecchio Stato delle ‘funzioni’ legittime che vanno conservate nella nuova società: “Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità che usurpava una posizione predominante sulla società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società” (13). Di queste funzioni legittime del vecchio potere governativo non vi è più traccia, invece, nella introduzione di Engels a quest’opera di Marx, scritta vent’anni dopo. Contro la fede superstiziosa nello Stato, che “si è trasportata dalla filosofia nella coscienza generale della borghesia e perfino di molti operai”, Engels accentua qui la polemica antistatalista, dalla quale risulterebbe che tutto nello Stato è male (14). Ancora più evidenti sono queste differenze nella critica fatta da Marx e da Engels, del 18 marzo 1875, al programma di Gotha. La prima critica è quella di Engels (lettera a Bebel del 18 marzo 1875). Marx – il quale certamente aveva preso visione del testo di questa lettera di Engels – interviene successivamente, con la lettera a Bracke del 5 maggio 1875, che accompagna le sue ‘Glosse marginali al programma del Partito operaio tedesco’. Per quanto riguarda il problema dello Stato, la posizione di Marx e quella di Engels, pur concordando nella critica di fondo alle tesi del programma di Gotha, divergono notevolmente nella formulazione teorica. Engels scrive: “Lo Stato popolare libero si è trasformato in Stato libero. Secondo il senso grammaticale di queste parole, uno Stato libero è quello che è libero verso i suoi cittadini, cioè è uno Stato con un governo dispotico. Sarebbe ora di farla finita con tutte queste chiacchiere sullo Stato, specialmente dopo la Comune, che non era più uno Stato nel senso proprio della parola. Gli anarchici ci hanno abbastanza rinfacciato lo “Stato popolare”, benché già il libro di Marx contro Proudhon e in seguito il ‘Manifesto comunista’ dicano esplicitamente che con la instaurazione del regime sociale socialista lo Stato si dissolve da sé e scompare. Non essendo lo Stato altro che un’istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per tener soggiogati con la forza i propri nemici, parlare di uno “Stato popolare libero” è una pura assurdità; finché il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere. Noi proporremmo quindi di mettere ovunque invece della parola “Stato” la parola “Gemeinwesen”, una vecchia eccellente parola tedesca che corrisponde alla parola francese “Comune” (15). (…) Criticando la formula dello “Stato libero” Marx comincia riprendendo la stessa impostazione polemica di Engels: “Non è affatto scopo degli operai, che si sono liberati dal gretto spirito di sudditanza, rendere libero lo Stato. Nel Reich tedesco lo “Stato” è “libero” quasi come in Russia”; cioè è libero verso i suoi cittadini, come aveva detto Engels: Stato “libero” equivale quindi a Stato con governo dispotico. Mentre Engels però sviluppava questa polemica concependo l’antitesi tra Stato e libertà come antitesi assoluta, tra termini inconciliabili, e pervenendo in tal modo alla teoria della scomparsa dello Stato, Marx continua subito dopo: “La libertà consiste nel mutare lo Stato da organo sovrapposto alla società in organo assolutamente subordinato ad essa, e anche oggigiorno le forme dello Stato sono più libere o meno nella misura in cui limitano la “libertà dello Stato” (19)”[Valentino Gerratana, ‘La teoria marxista dello Stato e la via italiana al socialismo’, Rinascita, Roma, 8-9, agosto-settembre 1956] [(13) Marx, ‘La guerra civile in Francia’, op. cit., pag. 74; (14) “Lo Stato non è in realtà che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra, nella repubblica democratica non meno che nella monarchia; nel migliore dei casi è un male che viene lasciato in eredità al proletariato riuscito vincitore nella lotta per il dominio di classe, i cui lati peggiori il proletariato non potrà fare a meno di amputare subito, nella misura del possibile, come fece la Comune, finché una generazione, cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale” (Op. cit., pag. 23); (15) Marx-Engels, ‘Il Partito e l’Internazionale’, Edizioni Rinascita, 1948, pag. 250-251; (19) Marx, ‘Critica al programma di Gotha’, in Marx-Engels, ‘Il Partito e l’internazionale’, op. cit., pag. 239]

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