“Ripercorrendo criticamente lo sviluppo del marxismo in Russia tra il 1907 e il 1910, Lenin scriveva: “Strati estremamente larghi delle classi che non potevano evitare il marxismo nel formulare i loro programmi, l’avevano assimilato, nell’epoca precedente, in modo estremamente unilaterale, deformato; si erano impressi in mente questa o quella “parola d’ordine”, questa o quella risposta alle questioni tattiche, ‘senza comprendere’ i criteri marxisti di queste risposte. La “revisione di tutti i valori” nei diversi campi della vita sociale condusse alla “revisione” dei principi filosofici più astratti e più generali del marxismo. L’influenza della filosofia borghese, nelle sue svariate gradazioni idealistiche, si fece sentire nel contagio machista tra i marxisti (3)”. Ciò che va rilevato in questo testo è la consapevolezza di Lenin che il marxismo non può essere scisso in analisi parziali, di settore, ma costituisce una risposta complessiva, “totale” ai problemi della rivoluzione proletaria. La sua autonomia dalla “filosofia borghese” si definisce a partire da questa sua capacità di elevarsi all’altezza della “totalità” sociale, definendo una nuova forma teorica di appropriazione dei meccanismi sociali e della loro trasformazione. Il tentativo di “integrare”, rivedere il marxismo alla luce di quella “scienza borghese professorale” che ha il suo nucleo centrale nel recupero di Kant da parte del machismo, significa per Lenin negare al marxismo stesso la forza teorica di uscire dai limiti di una tematica settoriale o di una aspirazione etica (…) Ecco, allora, che Lenin interviene sul terreno della “pratica filosofica” per cogliere le aporie “irrazionalistiche” della tradizione filosofica occidentale e dei suoi recenti “recuperi” teorici e per affermare l'”autonomia” del marxismo e la sua maggiore produttività cognitiva. Punto di partenza di Lenin è la critica engelsiana della nozione kantiana di “noumeno”: “Engels dice nettamente e chiaramente che egli si oppone a Hume e a Kant insieme. Ma intanto in Hume non si parla di queste “cose in sé inconoscibili”. Che cosa c’è dunque di comune tra questi due filosofi? Il fatto che essi separano in linea di principio i “fenomeni” da ciò che si manifesta in questi fenomeni, la sensazione dal sentito, la cosa per noi dalla “cosa in sè”; del resto Hume non vuol sapere niente della “cosa in sè”; ritiene filosoficamente inammissibile persino di pensarla, la ritiene “metafisica” (come dicono i seguaci di Hume e i Kantiani); Kant invece ammette l’esistenza della “cosa in sé”, ma dichiara che essa è “inconoscibile”, diversa in linea di principio dai fenomeni, appartenente in linea di principio a un altro campo, a quello del “trascendente” inaccessibile alla conoscenza, ma aperto alla fede (4)””  [Marcello Montanari, Crisi delle scienze e “dialettica della materia”. Note su ‘Materialismo ed empiriocriticismo’ e i ‘Quaderni filosofici’, Bari, 1976] [(3) Lenin, ‘Alcune particolarità dello sviluppo storico del marxismo’, in ‘Karl Marx’, tr. di. di P. Togliatti, Roma, 1972, pp. 104-5; (4) Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, tr. it. di F. Platone, in ‘Opere’, vol 14, Roma, 1970, p. 99. Ma si vedano anche le pp. 184-5] [Lenin-Bibliographical-Materials]  [LBM*]


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