“La notorietà dei cosiddetti “socialisti utopisti” è in gran parte dovuta al giudizio su di essi espresso da Marx e soprattutto da Engels. Robert Owen (1771-1858), Claude-Henri de Saint-Simon (1760-1825) e Charles Fourier (1772-1837) sono stati definiti i precursori del “socialismo scientifico”, uomini che espressero il loro rifiuto delle istituzioni economiche e sociali nate dal trionfante ordine borghese, senza però riuscire a fornire una spiegazione teorica dei suoi meccanismi. Inevitabilmente, agli occhi della storia il loro ruolo è apparso quello di apripista ai loro successori, i socialisti moderni, da cui la terminologia spesso impiegata: protosocialismo, ‘Frühsozialismus’, precursori del socialismo, socialisti premarxiani, ecc. Nell’accomunare questi tre pensatori sotto la stessa bandiera Marx ed Engels seguirono il solco di una ben radicata tradizione le cui origini sono individuabili nello studio di M.L. Reybaud, ‘Etude sur les réformateurs contemporains, ou socialistes modernes: Saint-Simon, Charles Fourier, Robert Owen’ (1840). (…) Uno degli elementi che accomunano questi tre personaggi ai loro più immediati seguaci è il presupposto di fondo che ciò che non andava nel processo di industrializzazione era che fosse privo di direzione o di regole, che avesse abbandonato il principio della produzione e relativa distribuzione di ricchezza a favore del ‘laissez faire’ e della competizione anarchica. I vecchi regimi erano stati fondati su un sistema a caste fisse. Rivoluzioni e riforme politiche le avevano abolite, ma ciò nonostante erano sorte nuove divisioni di natura non politica, ma economica. In tal modo, gli “utopisti” conducevano una doppia operazione: criticavano le riforme politiche in quanto fallivano sistematicamente nel loro compito di impedire il riprodursi dell’ineguaglianza, e criticavano lo sviluppo economico perché, se incontrollato, non poteva creare una società priva di barriere tra le classi. La maggioranza dei riformatori radical-liberali era convinta che le riforme politiche – quali ad esempio l’abolizione dei privilegi aristocratici – avrebbero dato vita alla società giusta, mentre i socialisti utopisti aspiravano a un mondo libero dalla politica, anticipando in tal modo Marx ed Engels, la cui concezione della società giusta (la vera ‘fine della storia’) prevedeva una società governata attraverso una forma più o meno spontanea di autoamministrazione. Bisogna resistere alla tentazione di descrivere le idee dei socialisti utopisti come del tutto diverse da quelle dei loro oppositori liberali. La loro idea che l’economia costituisse un livello relativamente autonomo distinto da quello politico coincideva col pensiero di molti economisti tardosettecenteschi. Solo negli anni ottanta dell’Ottocento vi fu un ritorno all’idea di uno stato interventista. I critici del ‘laissez faire’ comprendevano personaggi che potrebbero essere considerati socialisti ma di certo non utopisti, quali ad esempio lo svizzero Simonde de Sismondi (‘Nouveaux principes d’économie politique’, 1819). Né i socialisti utopisti furono particolarmente originali nella loro critica della divisione del lavoro. Adam Ferguson (nel suo ‘An Essay on the History of Civil Society’, 1767), John Millar e altri avevano già spiegato che una sempre più marcata divisione del lavoro avrebbe portato alla degradazione degli esseri umani. Lo stesso Adam Smith censurò la “mutilazione mentale” risultante dalla monotona ripetizione di un’attività. Per Smith e per gli altri economisti liberali, tuttavia, queste erano mere digressioni critiche; per i socialisti utopisti, viceversa, erano di importanza basilare” [Donald Sassoon, Utopie industrialiste e utopie antindustrialiste] [(in) ‘Storia della economia mondiale. 6. L’età della rivoluzione industriale. La forza prorompente del capitalismo e i suoi antagonisti’, a cura di Valerio Castronovo, Milano, 2009]

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