“I tentativi di Max Adler di trasformare “a forza” Marx e Engels in non materialisti filosoficamente parlando, nonostante i loro scritti e le loro inequivocabili considerazioni su questo soggetto, non sono affatto convincenti. Lo stesso si può dire della spiegazione cavillosa, secondo la quale Marx ed Engels usando il termine ‘materialista’, intendevano dire ‘reale, concreto’, dal momento che la scelta della terminologia era stata unicamente priva di particolare significato dall’epoca in cui vivevano ed era, quindi, loro imposta. Karl Kautsky, la cui testimonianza su questo punto è di gran peso, sia per la sua autorità di teorico, sia per i suoi ininterrotti rapporti con Engels nel corso di lunghi anni, si espresse a questo proposito in modo assai chiaro. Affermò che Plechanov, il più eminente sostenitore della tesi dell’esistenza di un legame organico fra materialismo storico e materialismo dialettico (e che Adler stesso menziona più volte come materialista filosofico) era il più vicino al pensiero filosofico di Marx e Engels: “Tra i discepoli di Marx, Plechanov mi sembra il filosofo che più si avvicina con le sue concezioni a Marx e Engels” (13). (…) Il tentativo di Adler di fondere Kant e Marx (cioè l’idealismo trascendentale e il materialismo dialettico), che fu una delle caratteristiche fondamentali del suo pensiero filosofico, fu reso possibile solamente dal fatto che egli sviluppò il pensiero kantiano al di là delle stesse parole o delle intenzioni di Kant e che parallelamente “acconciò” i materialisti Marx e Engels alla maniera positivista. Comunque, a proposito della questione centrale della suddivisione della filosofia in scuole alternative, mentre Adler – di fronte alla metafisica materialistica e spiritualistica del suo tempo – definisce il pensiero suo e del suo maestro come “terza corrente della dottrina critica della conoscenza”, Marx e Engels da parte loro avevano detto: “La questione se al pensiero umano vada attribuita verità obiettiva, non è una questione teorica ma una questione politica. Nella pratica l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La contesa sulla realtà o l’irrealtà di un pensiero, che l’isola dalla pratica, è una questione puramente scolastica” (14). “Ma vi è, poi, ancora una serie di altri filosofi, che contrastano la possibilità di una conoscenza del mondo, o almeno di una conoscenza esauriente. Ad essi appartengono, tra i moderni, Hume e Kant, ed essi hanno esercitata un’azione assai importante nell’evoluzione filosofica (…). La confutazione migliore di questa, come di tutte le astruserie filosofiche, è la pratica, propriamente l’esperienza e l’industria. Se possiamo provare l’esattezza della nostra concezione di un elemento naturale, mentre lo facciamo, lo produciamo nelle sue condizioni, lo facciamo servire a’ nostri scopi, finisce la inconcepiblie ‘cosa in sé’ di Kant (…)” (15). “(…) Ma ecco farsi avanti l’agnostico neokantiano, il quale ora ci dice: “Noi possiamo, sì, percepire correttamente la proprietà di un oggetto, ma nessun procedimento sensorio o mentale ci permette di conoscere la cosa in sé. Questa cosa in sé è al di là della nostra conoscenza”. A ciò Hegel dà da molto la risposta. Se conoscete tutte le qualità di una cosa, conoscete anche la cosa in sé; non resta altro che il fatto che la cosa stessa esiste all’infuori di voi, e quando i vostri sensi vi hanno appreso questo fatto, avete colto l’ultimo resto della cosa in sé, della celebre inconoscibile cosa in sé di Kant. Oggi possiamo soltanto aggiungere che al tempo di Kant la nostra conoscenza degli oggetti naturali era così frammentaria, che si era in diritto di supporre, al di là di quel poco che conoscevamo di essi, una misteriosa cosa in sé. Ma da allora queste cose inafferrabili sono state le une dopo le altre afferrate, analizzate e, ciò che più conta, riprodotte dal progresso gigantesco della scienza. E non possiamo considerare inconoscibile ciò che noi stessi possiamo ‘produrre'” (16)” [Peretz Mehrav, ‘Marxismo e neokantismo in Max Adler’, Annali, Milano, 1974] [(13) Karl Kautsky, Die materialistische Geschichtsauffassung, cit, vol I., p. 28. “(…) Il marxismo è una concezione del mondo. In sintesi, è il materialismo contemporaneo che rappresenta l’attuale più alto grado di questa concezione del mondo (…). I lati storico e filosofico di questa concezione del mondo, ciò che ordinariamente si indica col nome di materialismo storico, e l’insieme – legato strettamente a questo – delle concezioni (…). Ma poiché questi due lati staccati arbitrariamente dall’insieme delle concezioni dello stesso genere, di cui formano la base teorica, non possono restare sospesi in aria, coloro che li hanno distaccati sentono naturalmente il bisogno di ‘porre nuovi puntelli al marxismo’, accoppiandolo – e anche questa volta del tutto arbitrariamente e (molto spesso) sotto l’influenza di correnti filosofiche imperanti tra gli ideologi della borghesia – a questo o a quel filosofo, a Kant, Mach, Avenarius, Ostwald, e, negli ultimi tempi, a G. Dietzgen (…)” G.V. Plechanov, ‘Le questioni fondamentali del marxismo’, Milano, 1947, pp 23-24. “(…) L’avversione della borghesia per il materialismo e la sua predilezione per la filosofia kantiana non ci devono meravigliare. La borghesia spera di trovare nelle dottrine di Kant l’oppio con cui poter addormentare il proletariato, il quale si va facendo sempre più ‘esigente’ e più difficile da governare. Il neokantismo è divenuto ormai di moda presso la classe dominante proprio perché le offre un’arma spirituale nella lotta per l’esistenza. E’ un fatto ben noto che la classe oppressa spesso cerca di imitare i suoi oppressori. Ma quando si verifica questa imitazione? Quando la classe oppressa non si rivolta ancora, o quando non si rivolta più. Questa imitazione indica chiaramente una mancanza di slancio rivoluzionario da parte della classe oppressa. Perciò, anche il ritorno a Kant, che molti compagni hanno compiuto con tanto zelo, è un cattivo segno. E’ espressione dello spirito opportunistico, che purtroppo fa tanti progressi nelle nostre file. Merita particolare attenzione, da parte di tutti coloro cui sta a cuore la nostra causa, il fatto che il compagno Bernstein ha dimostrato di avere un debole per il neokantismo proprio nel momento in cui, per combattere ciò ch’egli si compiace di chiamare la frase rivoluzionaria, ha cominciato a far uso e abuso della fraseologia opportunistica in misura veramente eccessiva (…)” G.W. Plechanov, ‘Konrad Schmidt gegen Karl Marx und Friedrich Engels, cit., pp. 134 sgg.; (14) Marx, ‘Marx su Feuerbach’, in ‘Opere’, vol. IV, 8, Milano, 1914, p. 41; (15) Engels, ‘Ludovico Feuerbach e l’origine della filosofia classica tedesca’, in ‘Opere, vol. IV, 8, Opere, 1914, p. 15; (16) Engels, ‘L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Roma, 1951, p. 26]

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