“Nella lettera del 23 Febbraio 1871 diretta a F. Bolte, Marx diceva: “Naturalmente il movimento politico della classe operaia ha per scopo finale la conquista del potere politico e per questo è evidentemente necessaria una organizzazione della classe operaia che abbia un certo grado di sviluppo, che marci alla testa e si formi e rafforzi nelle stesse lotte economiche. Ma d’altra parte ogni movimento nel quale la classe operaia si opponga in quanto classe alle classi dominanti e cerchi di piegarle con una pressione dall’esterno, è un movimento politico. Per esempio, il tentativo di strappare in una sola fabbrica od in un solo ramo d’industria, con lo sciopero ecc., una riduzione del tempo di lavoro a certi capitalisti è un movimento puramente economico; per contro un movimento per strappare la legge di otto ore ecc. è un movimento ‘politico’. Ed è così che da tutti i movimenti economici isolati degli operai sorge dovunque un movimento ‘politico’, cioè un movimento della ‘classe’ per fare trionfare i suoi interessi sotto una forma generale, sotto una forma avente la forza sociale di costrizione generale. Se questi movimenti suppongono una certa organizzazione che marci in testa, essi sono, da parte loro, allo stesso titolo, dei mezzi di sviluppo di questa organizzazione. Dove la classe operaia non ha ancora raggiunto un grado sufficiente per intraprendere contro la violenza collettiva, cioè  contro la violenza politica delle classi dominanti, una campagna decisiva, bisogna in ogni caso trascinarvela con un’agitazione permanente contro l’atteggiamento ostile delle classi dominanti. Nel caso contrario, essa resta un giocattolo nelle mani di queste ultime”. Abbiamo voluto riportare questa lunga citazione perché il suo insieme solamente permette di comprendere in quale senso è possibile fare una distinzione fra lotte economiche e lotte politiche” [Vercesi, La questione sindacale (parte prima), Prometeo, n. 10, giugno-luglio 1948]

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