“Sappiamo che la spiegazione che Marx dà del valore deriva da un passo dell”Etica Nicomachea’ [libro V, capitolo sulla Giustizia]: “Le due particolarità sopra trattate della forma di equivalente diventano ancora più tangibili se ci rifacciamo al grande indagatore che per primo ha analizzato la forma di valore, come tante forme, forme di società e forme di natura, cioè Aristotele. Innanzitutto Aristotele esprime chiaramente che la forma di denaro della merce è solo la figura ulteriormente sviluppata della forma semplice di valore, cioè della espressione del valore di una merce in una qualsiasi altra merce (1) (‘ivi’, p. 68). “Non può esistere lo scambio ‘senza l’uguaglianza’ e ‘non’ può esistere l’uguaglianza ‘senza la commensurabilità” (out isotes me ouses summetrias). Ma qui si ferma e abbandona l’ulteriore analisi della forma valore. “Ma è ‘veramente impossibile (te men oun aleteia adunaton)’ che cose tanto diverse siano commensurabili”, ossia ‘qualitativamente uguali’. Questa comparazione può essere solo qualcosa di estraneo alla reale natura delle cose e perciò solo un “espediente per il bisogno pratico” (ivi, p. 69). Secondo Marx la difficoltà per cui l’analisi di Aristotele si bloccò è dovuta alla mancanza di un ‘concetto di valore’ in quanto forma di lavoro di uguale qualità. La sostanza comune (2), che permette nell’equivalenza di esprimere il valore di una cosa attraverso un’altra, è il ‘lavoro umano’. A causa della struttura della società greca, Aristotele non poteva vedere che “attribuire valore alle merci è puramente un modo di esprimere tutti i lavori come lavoro umano uguale e conseguentemente  come lavoro di uguale qualità”; ma il genio di Aristotele viene riconosciuto per il fatto che egli, “nell’espressione del valore della merce, ha scoperto un rapporto di uguaglianza” (ibidem) (3). Questo rapporto di uguaglianza è espressione di qualcosa che è stato reso comparabile; è espressione del bisogno di essere parificati. Esso mostra la formazione del ‘comune’ (‘koinonia’), che costituisce la società. Il mezzo per questa formazione è il denaro – come “unico standard universale della misurabilità” (…)” [Margherita Pascucci, La potenza della povertà. Marx legge Spinoza, 2006] [(1) Giacché afferma: “5 letti = 1 casa” (‘klinai pente anti oikias’), non differisce da 5 letti = tanto di denaro (‘klinai pente anti… osou ai pente klinai’). Egli ammette inoltre che il rapporto di valore cui si riferisce l’espressione di valore implica a sua volta che la casa sia posta come qualitativamente uguale al letto, e ammette che queste cose, diverse per ciò che riguarda i sensi, non sarebbero riferibili tra di loro come grandezze commensurabili se nella loro essenza non partecipassero di tale uguaglianza” (Karl Marx, Il capitale, cit., p. 68); (2) Che la sostanza sia il comune è già stato reso chiaro da Spinoza. L’importanza del concetto spinoziano d’immanenza e del suo intero sistema si trova qui. Nel valore, che dal VII secolo a.C. è stato coniato come denaro, questo comune è stato prodotto come forma astrazione e ha dato alla merce il suo ‘carattere trascendente’. Il cuore dell’etica e della politica spinoziana sta nell’affermazione che questo comune non solo è già dato, in quanto ‘noi siamo il comune’, ma che esso può essere giustamente conosciuto soltanto come forma concreta e come prassi; (3) Per questo passo, vedi anche Michael DeGolyer, ‘The Greek Accent of the Marxian Matrix’, cit., p. 112]

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