“Muore come un poveraccio, il 14 marzo 1883, nel sonno, nella sua sedia a straio. In verità è morto due anni prima, quando s’è spenta la moglie Jenny dopo una lunga, penosa malattia cancerosa. “Con lei è morto anche il Moro” dice Engels a sua figlia Eleonor. Al funerale nel cimitero di Highgate partecipano solo una piccola schiera di amici e rappresentanti degli operai di alcune province. Otto persone. Il gesuita Pierre Teilhard de Chardin, dopo la Pasqua del 1955, è accompagnato da nove persone all’ultima dimora, alla tomba nell’esito newyorkese… Sulla fossa aperta, il vecchio amico Friedrich Engels pronuncia l’orazione funebre: “Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire, in un modo o nell’altro, alla caduta della società capitalistica e delle istituzioni statali da essa create, contribuire alla liberazione del proletariato moderno, cui egli aveva dato in primo luogo la coscienza del proprio stato e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della sua emancipazione – questo fu il vero compito della sua vita. La lotta era il suo elemento. Ed egli ha lottato con una passione, un’ostinazione, un successo come pochi. Per questo Marx fu l’uomo più odiato e calunniato del suo tempo. Ed è morto venerato, amato, creduto da milioni di collaboratori rivoluzionari, dalle miniere siberiane a tutta l’Europa e l’America, fino in California, ed io posso dire arditamente: forse aveva ancora molti avversari, ma nessun nemico personale.”” [Friedrich Heer, Europa madre delle rivoluzioni. Volume primo, 1968]

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