“L’agile volume che due studiosi tedeschi, Eberhard Schmitt e Matthias Meyn [‘Genesi e carattere della Rivoluzione francese in Marx ed Engels’, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1984], propongono al pubblico italiano vuole essere il primo momento di una più vasta indagine che gli autori vanno svolgendo sul tema della presenza della Rivoluzione francese nelle opere di Marx ed Engels. Si tratta della rielaborazione di una conferenza tenuta nel 1975 al Convegno internazionale di studi su “Problemi della transizione dall”Ancien Régime’ alla Rivoluzione in Francia”. (…) Meyn e Schmitt illustrano, sin dalle prime pagine, il criterio seguito dalla loro ricerca: “essa parte – così come fanno gli stessi Marx ed Engels – dal generale per giungere al particolare, dai problemi d’interpretazione sistematica del corso storico, attraverso un inquadramento della rivoluzione francese al suo corso interno, fino alla casistica storica della rivoluzione stessa. E in conclusione lo studio si riconduce alla valutazione globale della rivoluzione data da Marx ed Engels, per vedere in quale misura gli avvenimenti succedutisi tra il 1789 e il 1814 rappresentino, nella concezione dei due teorici, una rivoluzione politica, sociale o economica (pp. 9-10). (…) Solo poche pagine sono dedicate al problema più disputato dagli interpreti, relativo alla singolare interpretazione che Marx ed Engels diedero di Robespierre e della fase del governo giacobino. La questione, com’è noto non è meramente accademica. Essa richiama direttamente la formazione delle principali categorie politiche di Marx, gli orientamenti della sua attività pratica ed i rapporti con la successiva storiografia marxista. In generale – e senza poterci ora addentrare nella questione – allorquando negli anni giovanili direttamente si confrontò con quel grande evento, Marx, sulla scorta di una consolidata tradizione storiografica, considerò l’esperienza montagnarda come un’avventura politica viziata di volontarismo e di “inconsapevolezza”. Così, vide in Robespierre l’astrazione di una volontà, che scissa dalle condizioni reali, tendeva ad approfondire l’opposizione moderna tra lo Stato e la società civile. Il giacobinismo si risolve dunque nel Terrore (Hegel non è lontano), nella faziosità del governo, in quel settarismo cospirativo che tornerà nelle correnti blanquiste. Marx intende così denunciare, anche a costo di una eccessiva semplificazione storica, l’illusione politica delle forze giacobine che operavano in base a una visione anacronistica e puramente ideologica. Tale posizione nonostante alcuni sviluppi, anche significativi, negli anni successivi, rimarrà pressoché inalterata nei suoi punti fondamentali. Su ciò, come si è accennato, si è accesa la disputa degli interpreti, specie per stabilire se e quanto il concetto di “dittatura del proletariato” sia debitore verso l’illustre antenato giacobino. Meyn e Schmitt, di contro, sembrano poco interessati a queste discussioni, e tentano di ricostruire, attraverso un gran numero di citazioni, la posizione storica di Marx ed Engels, a prescindere dalle sue conseguenze storico-politiche. L’istanza può essere pure giusta e apprezzabile, ma alcune conclusioni lasciano francamente perplessi. Gli autori, infatti, giungono addirittura a parlare, a proposito del governo montagnardo, di una “vittoria del proletariato sulla borghesia” per cui, dovendone sottolineare il carattere effimero e subalterno, lo concepiscono alla stregua delle rivoluzioni del ’48, come una rivoluzione fallita. Ora, lo ripetiamo, a prescindere da qualche tardo giudizio engelsiano e da una certa rivalutazione di Marx negli anni ’46-’47, se la questione viene affrontata nel suo luogo più proprio, cioè negli scritti politici della giovinezza, nulla di ciò è rinvenibile. Non solo, ma assumendo tale ipotesi del Terrore come rivoluzione proletaria, o pre-proletaria, gli autori faticano visibilmente a dar spiegazioni di altri essenziali passaggi. Così, il passo delle ‘Glosse critiche’ per cui la Convenzione fu “il ‘massimo’ dell”energia politica’, della ‘forza politica’ e dell”intelletto politico’”, che si pone a conclusione di una radicale e sistematica critica dell’astrazione e dell’intelletto politico, cioè degli strumenti ideologici del Terrore, diviene, nella prospettiva dei nostri autori, l’affermazione della straordinaria forza del governo montagnardo. Al contrario, è proprio il segno tangibile della sua debolezza. Così, rimane inspiegata la lettera di Engels a Marx del 4 settembre 1870, che – riconoscono gli stessi interpreti – “stranamente Marx non ha mai contestato”, e che “capovolge nella sostanza le altre considerazioni”, e quindi “non ci si può che limitare a segnalarla” (p. 101). Scrive, infatti, letteralmente, Engels: “‘La terreur’: sono crudeltà in gran parte inutili, commesse da gente, che impaurita essa stessa, per tranquillizzarsi. Sono convinto che la colpa del regime del terrore dell’anno 1793 ricada quasi esclusivamente sul borghese follemente impaurito, atteggiantesi a patriota, sul piccolo filisteo che se la faceva sotto dalla paura e sulla marmaglia del sottoproletariato che con la ‘terreur’ faceva i propri affari” (Usiamo la traduzione di Emma Cantimori-Mezzomonti, ‘Carteggio Marx-Engels, VI, Roma 1953, p. 145). Assunta tale interpretazione del giacobinismo, anche la lettura della figura di Napoleone ne risulta segnata” [Marcello Mustè, ‘Marx, Engels e la rivoluzione francese’, (in)  ‘La Rivista Trimestrale, N° 3, settembre 1985]

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