“Spunti di una concezione siffatta si può a rigore trovarli presso i blanquisti, ma è precisamente su questo punto che il marxismo si è opposto con il massimo vigore al blanquismo. In Blanqui, diceva Engels nel 1874, “non si tratta affatto di dittatura di tutta la classe rivoluzionaria, del proletariato, ma della dittatura della minoranza che ha fatto il colpo di mano e che già in precedenza si è organizzata sotto la dittatura o sotto la dominazione di un solo o di alcuni” (XVIII, 529). Ma per Engels queste idee “sono già da parecchio tempo invecchiate” e possono trovare eco soltanto “presso gli operai poco maturi e impazienti”. Egli si rallegrava anche del fatto che vedeva gli emigrati blanquisti “trasformarsi in una frazione operaia socialista” e accettare “le idee del socialismo scientifico tedesco sulla necessità dell’azione politica del proletariato e della sua dittatura in quanto fase transitoria per giungere all’abolizione delle classi e dello Stato” (XVIII, 266). (…) Per questi “bohémiens di origine proletaria”, nota Marx nel 1850, “la sola condizione della rivoluzione è una buona organizzazione della loro cospirazione. Sono gli alchimisti della rivoluzione e condividono il disordine mentale, la ristrettezza di spirito e le idee fisse degli alchimisti di un tempo” (VII, 273). Nello stesso spirito egli fece interdire nel 1871 i gruppi segreti in seno all’Internazionale anche nei paesi nei quali non esisteva il diritto di associazione: “questo tipo di organizzazione – egli affermò – contraddice allo sviluppo del movimento proletario, perché queste società, invece di educare gli operai, li assoggettano a leggi autoritarie e mistiche che ostacolano la loro indipendenza e orientano la loro coscienza in una direzione falsa” (XVII, 655). Non è difficile comprendere quale fosse “il tipo di organizzazione” che incontrava il favore di Marx e di Engels. “Quando entrammo per la prima volta nella società segreta dei comunisti – scriveva quest’ultimo a W. Bloss il 10 novembre 1877 – lo facemmo a condizione che dallo statuto fosse eliminato tutto ciò che poteva favorire la fede nell’autorità”. Quando, sette anni dopo, Engels traccia la storia della Lega dei comunisti, insiste con forza sul fatto che “l’organizzazione della Lega era integralmente democratica con quadri eletti e revocabili: bastava questo – egli conclude – a rendere impossibile l’appetito della cospirazione e della dittatura che essa impone” (XXI, 215). (…) Non è qui il caso di ricordare nei dettagli la lotta costantemente condotta da Marx ed Engels contro le insorgenze del “culto dell’autorità” nella “setta lassalliana”, contro la mistica bakuniniana dell’élite e, last but not least, nel movimento marxista stesso” [Kostas Papaioannou, La metamorfosi del marxismo, 1972]

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