“A nostro avviso è più urgente uno studio della città e della campagna nel Medioevo nel  loro reciproco rapporto e nella reciproca influenza, nel senso sopra esposto. Proprio in Italia è impossibile comprendere le particolarità della storia contadina e urbana se questi due elementi vengono presi in esame separatamente, indipendentemente l’uno dall’altro. In Italia infatti la città, secondo una colorita definizione di Karl Marx (1818-1883), dominava sulla campagna non solo sfruttandola «economicamente, con i suoi prezzi di monopolio, il suo sistema fiscale, la sua organizzazione corporativa, la sua frode commerciale diretta e la sua usura», ma anche politicamente, poiché l’Italia è il paese in cui il feudalesimo «è stato spezzato da un eccezionale sviluppo delle città» (K. Marx, ‘Il Capitale’, Roma, 1974, l. III, p. 913). Ma come avvenne tutto ciò e in quale misura il ‘feudalesimo’ fu abbattuto? In Italia i contadini e i cittadini non era raggruppamenti sociali lontani l’uno dell’altro e relativamente privi di contatti nella realtà quotidiana, soprattutto nell’alto Medioevo. Per l’Italia sarebbe più giusto dire che «anche nell’alto Medioevo», per non parlare del periodo della fioritura del feudalesimo. Il contadino non si limitava ad andare in città per vendere al mercato parte dei prodotti ottenuti nel podere a lui affidato o nel suo proprio appezzamento, per comprare oggetti di uso quotidiano, il vestiario, il porcellino, il bue o l’asinello, ovvero, nel caso dell’affittuario, per mettere assieme la somma di denaro necessaria per pagare il canone in moneta al proprietario del podere. I contadini del circondario non di rado prendevano in conduzione un appezzamento di terreno arativo (ma più spesso si trattava di un un giardino o di un vigneto) dal vescovo o dall’abate del monastero delle città, dal notaio o dal giudice, dal medico o dal ricco artigiano o mercante. E il terreno, coltivato a giardino o a vigneto, spesso era situato nel territorio urbano o nelle immediate vicinanze delle città. A volte il contadino costruiva una casa nell’appezzamento o si trasferiva nell’edificio lì già esistente. In questo caso, anche se di tanto in tanto andava a rivedere i suoi campi (se non li aveva venduti o ceduti in affitto) e chiamava talvolta i suoi ex vicini ad aiutarlo nel nuovo lavoro, gradualmente ma ineluttabilmente, a causa della situazione di fatto, si accostava alla posizione del cittadino” [Ljubov Kotel’nikova, ‘Città e campagna nel Medioevo italiano. Mondo contadino e ceti urbani dal V al XV secolo’, Roma, 1989, introduzione] (pag 12-13)

Chiudi il menu