‘Marx seguì Ricardo nel ritenere che il prezzo di mercato della forza-lavoro non potesse a lungo scostarsi dal valore dei mezzi di sussistenza richiesti per il mantenimento di questa forza-lavoro, in quanto nel sistema capitalistico la forza-lavoro era una merce e la sua offerta e il suo valore erano regolati in modo analogo a quello delle altre merci. Nello stesso tempo la forza-lavoro aveva questa differenza rispetto alle altre merci: essa era incorporata in esseri umani; e la sua offerta era quindi regolata in modo specifico dall'”elemento storico e sociale”, che determinava che cosa fosse necessario per vivere ai lavoratori umani. “Il valore del lavoro, – egli diceva, – è formato da due elementi, l’uno puramente fisico, l’altro storico o sociale. Il suo ‘limite estremo’ è determinato dall’elemento fisico: cioè per mantenersi e riprodursi, per perpetuare la propria esistenza fisica , la classe operaia deve ricevere i generi di prima necessità assolutamente indispensabili per vivere e moltiplicarsi… Oltre che da questo elemento meramente fisico, il valore del lavoro è determinato in ogni paese ‘da un livello tradizionale di vita’”. Ed era questa ultima influenza che spiegava le differenze nei salari fra diversi paesi, fra diversi periodi e anche fra diverse zone nello stesso paese. Quindi, allorché i sindacati tentavano con un’azione coalizzata di elevare il livello dei salari, non combattevano una battaglia disperata contro una “legge ferrea” che si sarebbe affermata nel lungo periodo: al contrario, la loro azione faceva parte essa stessa dell'”elemento sociale”, gli stessi miglioramenti che essi conquistavano contribuivano a determinare il “livello tradizionale di vita” per il futuro. “Il problema si risolve pertanto in quello del rapporto di forza dei combattenti” (‘Value, Price and Profit’, a cura di Eleanor Aveling, pp. 85 sg.)’ [Maurice Dobb, I salari, 1965] (pag 104-105)