“Per conseguenza “solo l’angusto orizzonte mentale borghese, che nella produzione capitalistica vede la forma assoluta della produzione, la sua unica forma naturale, può confondere il problema di che cosa siano, dal punto di vista del capitale, lavoro produttivo e lavoratore produttivo con la questione di che cosa sia lavoro produttivo in generale, e quindi appagarsi della risposta tautologica che è produttivo ogni lavoro il quale in genere produca, cioè metta capo a un prodotto, a un valore d’uso qualsivoglia, a un risultato in generale” (1). Questi concetti vengono ribaditi da Marx poco dopo in modo più analitico nei termini seguenti: “Dal semplice punto di vista del processo lavorativo in generale, ci era apparso produttivo il lavoro che si realizza in un prodotto; meglio, in una merce. Dal punto di vista del processo di produzione capitalistico, per contro, si ha, come più esatta specificazione, che è produttivo il lavoro che valorizza immediatamente il capitale, o che produce plusvalore, cioè il lavoro che si realizza – senza equivalente per l’operaio che lo eseguisce – in un plusvalore rappresentato in un plusprodotto (…)” (1). [(1) Marx, Capitolo VI inedito] [Carlo Pelosi, Marx. Sul lavoro produttivo e improduttivo, 1974]

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