“L’ «Ideologia tedesca» costituisce senza dubbio per ampiezza e sistematicità la prima espressione compiuta della concezione materialistica della storia: in essa si ritrovano, assai più chiaramente delineati che non nella «Sacra Famiglia» o nelle «Tesi su Feuerbach», che pur rappresentano momenti importanti della sua biografia intellettuale, i fondamenti essenziali della nuova teoria rivoluzionaria di Marx. L’opera era stata pensata, originariamente, come una critica della filosofia tedesca successiva ad Hegel e segnatamente a Feuerbach: questo – dice Marx – allo scopo di «preparare il pubblico» allo «sviluppo positivo» della «sua economia» (1). In realtà di Feuerbach nello scritto si parla abbastanza poco, come lamenta anche Engels in occasione della pubblicazione del suo opuscolo recensione al libro di Starcke (2). Sebbene M. ricordi con ironia come, sopravvenuti degli ostacoli alla sua pubblicazione, sia lui che Engels avessero lasciato volentieri il manoscritto «alla critica roditrice dei topi» (3), ciononostante non vi è dubbio che l’opera svolse un ruolo determinante di auto-chiarificazione nell’elaborazione delle concezioni comuni ai due autori. La critica della dottrina di Feuerbach è riportata quasi per intero all’enunciazione positiva della nuova teoria e ne risulta pressoché assorbita. Ma proprio qui sta il valore generale, di rottura dell’opera. Marx infatti non vi pone più in discussione solo l’apparato logico-concettuale della filosofia, e le sue pseudo-soluzioni, ma opera una vera e propria «critica della filosofia» in quanto tale, che segna un nitido punto di passaggio rispetto alle stesse sue affermazioni, contenute nella ‘Einleitung’ del 1843: « la critica tedesca non ha mai abbandonato il terreno della filosofia … tutti quanti i suoi problemi sono nati sul terreno di un sistema filosofico determinato, quello hegeliano. Non solo nelle risposte, ma già negli stessi problemi c’era una mistificazione … la loro polemica contro Hegel e fra loro si limita a questo, che ciascuno estrae un aspetto del sistema hegeliano e lo rivolge tanto contro l’intero sistema quanto contro gli aspetti che ne estraggono gli altri» (4). La critica filosofica va intesa, quindi, come critica dello stesso sistema filosofico, della sua problematica e dei suoi strumenti concettuali. Che ad una problematica mistificatoria, quale quella della religione elevata a fondamento di tutta la realtà umana, si diano risposte opposte per giudizi di valore – come è nel caso della destra e della sinistra hegeliana – non è certo sufficiente a caratterizzare concezioni della storia realmente antagonistiche. Occorre, invece, al di là della religione, dell’Idea, dello Spirito, dell’essenza umana ecc., ristabilire il vero oggetto, l’autentico terreno della ricerca critica. Questo campo problematico, per Marx, viene definito dalla produzione. Il primo presupposto empirico da cui occorre partire è quello dell’ «organizzazione fisica degli individui» e del loro rapporto con la natura. M. dice: «si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciano a distinguersi dagli animali allorché cominciano a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica» (5). Questa produzione di mezzi di sussistenza non costituisce solo un’elaborazione della natura da parte degli uomini: attraverso di essa, infatti, «gli uomini producono la loro stessa vita materiale, cioè la forma delle relazioni tra loro intercorrenti. Nella produzione degli individui non riproducono solo la loro «organizzazione fisica», naturale, ma acquistano pure una determinazione sociale e questa determinazione costituisce il loro modo d’essere. Marx afferma ripetutamente questo concetto, che rappresenta una lacerazione fondamentale in quell’universo umanistico-filosofico, al quale egli stesso si era rifatto negli scritti degli anni precedenti: «come gli individui esternano la loro vita, così essi sono. Ciò che essi sono coincide dunque con la loro produzione, tanto con ciò che producono, quanto col modo come producono. Ciò che gli individui sono dipende dunque dalle condizioni materiali della loro produzione» (6). L’idea della «coincidenza» dell’uomo con la produzione rappresenta senza dubbio una di quelle «scoperte» che permetteranno a M. di operare un passo decisivo in avanti dall’empirismo, e dal materialismo filosofico in generale, al materialismo che si usa definire «storico» e che ha come propri strumenti concettuali categorie riguardanti, appunto, la società, la storia etc.” (pag 53-54) [Fabrizio Di Stefano, ‘Morale e diritto nella elaborazione della concezione materialistica della storia’, ‘La Critica filosofica’, Roma, n. 49, primavera 1979] [(1) Lettera all’editore Leske; (2) ‘Ludwig Feuerbach, Stuttgart, 1885; (3) Prefazione a ‘Per la critica dell’economia politica’, Newton Compton, p. 33; (4) MEOC, V, pp. 14-15; (5) MEOC, V, p. 17; (6) Ibidem]