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“Marx non è comunque assolutamente immemore della lezione hegeliana. Questi in un passo delle ‘Lezioni di storia della filosofia’, che fanno parte degli scritti pubblicati postumi, dice: «In realtà, tutto ciò che noi siamo, siamo per opera della storia (…) il risultato del lavoro di tutte le scomparse generazioni degli uomini (…) il ricevere quest’eredità equivale ad esercitarne il possesso» (3). Quindi essere nella storia è una lezione essenziale di realtà che deve guidarci. Ma la storia cosa è? ed ancora: cosa vi è nella storia? Nella produzione di Marx ed Engels sono costanti le analisi relative a situazioni storiche del passato, o a loro contemporanee, di cui si servono per la loro azione politica e filosofica. «Un popolo che vuole conquistare la sua indipendenza non può limitarsi ai mezzi ordinari di guerra. L’insurrezione in massa, la guerra rivoluzionaria e soprattutto la guerriglia dovunque, questi sono i mezzi che permettono ad un piccolo popolo di avere ragione di uno grande; è solo così che un esercito più debole può far fronte ad un esercito più forte e meglio organizzato». Queste parole le troviamo in un articolo di Marx ed Engels del 1848 sulla situazione della «primavera dei popoli» in Italia (4). Parlando del Piemonte di Carlo Alberto essi proseguono: «Se il Piemonte di Carlo Alberto fosse stato una repubblica senza obblighi di riguardo per le tradizioni monarchiche, avrebbe avuto la via aperta per finire la campagna in tutt’altro modo (…). Se i capi dell’esercito piemontese avessero posseduto il coraggio rivoluzionario, se essi avessero saputo che a Torino sedeva un governo rivoluzionario risoluto fino all’estremo, la loro linea di condotta sarebbe stata semplicissima (…). Questa guerra veramente nazionale, una guerra come quella che condussero i lombardi nel marzo 1848, quando Radetzky fu cacciato al di là dell’Oglio e del Mincio, avrebbe trascinato nella lotta tutta l’Italia ed infuso nei romani e nei toscani ben altre energie (…). Ma naturalmente la monarchia non si arrischierà mai ad una guerra rivoluzionaria, ad un sollevamento rivoluzionario, al terrore rivoluzionario. Piuttosto di allearsi con il popolo, essa preferirà concludere la pace con il suo peggior nemico. Che Carlo Alberto, sia o no un traditore, basta la sua corona, la monarchia, a rovinare l’Italia» (5). Siamo alle esemplificazioni riguardanti il 1848. Marx ed Engels ci dicono che quando si comincia ad usare uno strumento, in questo caso quello militare, bisogna poi accoglierne tutte le conseguenze. La condotta di Carlo Alberto, «re tentenna», nella guerra del 1848 contro l’Austria fu quantomeno controproducente. Carlo Cattaneo stigmatizzò come «un tradimento» il comportamento del re. «(…) L’insurrezione è un’arte, come la guerra e come ogni altra arte. Essa è soggetta a certe regole pratiche e il partito che le trascura fa la propria rovina (…) Prima di tutto non si deve mai giocare con l’insurrezione, se non si è decisi ad accettare tutte le conseguenze del proprio gioco (…) si deve agire con la più grande decisione, passare all’offensiva (…)» (6). Ecco alcune riflessioni sviluppate in un articolo di qualche anno dopo riguardo agli insorti che avevano formato l’Assemblea di Francoforte. Il riferimento è sempre al biennio rivoluzionario, 48/49. Questi ultimi invece di proseguire sulla strada dell’insurrezione si erano fermati a discutere di questioni istituzionali e perciò « (…) continuarono a chiacchierare, protestare, lanciare dei proclami, fare delle dichiarazioni, ma non ebbero mai né il coraggio né la capacità di agire…» (7) vennero in breve sconfitti dalle truppe dei principi tedeschi. Una volta di più era quindi provato che «non la critica, ma la rivoluzione è la forza motrice della storia, anche della storia della religione, della filosofia e di ogni altra teoria» (8) . Ed espressamente che «la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun’altra maniera, ma anche perché la classe che l’abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società» (9)” (pag 15226-15227) [Tiziano Tussi, ‘Vivere in pace sì: ma come?’, Calendario del Popolo, Teti editore, Milano, n. 552, marzo 1992] [(3) G.W.F. Hegel, ‘Lezioni di storia della filosofia’, La Nuova Italia, 1973; (4) Marx-Engels, ‘Sui metodi di condotta della guerra popolare d’indipendenza’, in ‘I Classici del marxismo’, n. 12, Le edizioni del maquis, 1971; (5) Ibidem, (6) Marx-Engels, ‘L’insurrezione’, Ibidem; (7) Ibidem; (8) Marx-Engels, ‘La concezione materialistica della storia’, Editori Riuniti, Roma, 1973]