“L’esportazione della rivoluzione è stata, come ben sappiamo, una delle idee-chiave dello stalinismo. Le guerre del nostro tempo – diceva Stalin – si differenziano dalle guerre del passato in quanto «chi conquista un territorio impone anche su di esso il proprio sistema politico (2). L’invasione dell’Afghanistan non è solo un atto di politica estera deciso pragmaticamente dal governo sovietico, ma è anche il trionfo di un dato tipo di filosofia politica, quella dello stalinismo. Una filosofia politica che ha radici profonde nel movimento rivoluzionario russo del diciannovesimo secolo e risale in particolare alle idee di Piotr Tkacëv, che esercitarono un fortissimo influsso su Lenin. «Il popolo non ha un’importanza rilevante come forza rivoluzionaria positiva – affermava Tkacëv. – Il suo mondo interiore, le sue forme di vita invecchiate, ancorate alla tradizione, resteranno intatte, perché il popolo le ama e non muoverà un dito per cambiarle. Il popolo non è in grado di costruire sulle rovine del vecchio mondo un nuovo mondo capace di progredire, di svilupparsi in direzione dell’ideale comunista; quindi nella costruzione di questo nuovo mondo esso non può e non deve svolgere un ruolo preminente. Questo ruolo primario spetta esclusivamente alla minoranza rivoluzionaria» (3). L’idea leniniana delle tendenze conservatrici della classe operaia risale indubbiamente a Tkacëv. Suddividendo gli interessi della classe operaia in immediati, a breve termine e a lungo termine, Lenin riteneva che la classe operaia, da sola, non fosse in grado di comprendere i propri interessi a lungo termine; lasciata a se stessa, la classe operaia poteva solo sviluppare una coscienza tradeunionista” (pag 108-109) [Victor Zaslavsky, ‘Neo-stalinismo e politica di potenza’, Mondo Operaio, Roma, n. 9, settembre 1980] [(2) M. Djilas, ‘Conversations with Stalin’, New York, Harcourt, 1962, p. 114; (3) P.N. Tkacëv, ‘Narod i revoljucija’, in “Socinenija”, v. 2, Mosca, Mysl, 1976, p. 166]