“Quello che si può considerare il vero «padre del menscevismo», Pavel Aksel’rod, nel 1921, sull’organo dei socialdemocratici russi ormai (e di nuovo) in esilio, il ‘Socialisticeskij vestnik’ (‘Messaggero socialista’), in una lettera a Martov discuteva il giudizio che Martov stesso aveva dato della rivoluzione bolscevica, giudizio coincidente con quello di Otto Bauer, con la differenza che mentre Bauer riteneva il bolscevismo accettabile per un paese arretrato come la Russia e inaccettabile per i paesi europeo-occidentali, Martov invece riconosceva il dovere di combattere il «bolscevismo asiatico» anche in Russia. Aksel’rod, che considerava l’instaurazione dell’«autocrazia sovietica» un vero e proprio «delitto storico» consumato contro lo stesso proletariato e capace di trarre in inganno anche il proletariato degli altri paesi, era sordo ai tentativi, fatti soprattutto da Martov, di individuare la base sociale del bolscevismo-leninismo e di riconoscere l’enorme significato di tale evento. Secondo lui, Lenin aveva vinto la Russia con gli stessi metodi cospirativi, alla Necaev, con cui egli aveva prima spaccato e dominato il partito socialdemocratico russo, quasi i bolscevichi fossero una «banda di Centurie Nere» operante all’interno del partito (il riferimento alle ultrareazionarie «Centurie Nere» russe non è solo polemico, ma è dettato dalla convinzione di carattere «controrivoluzionario» del «colpo di stato» leninista). Certo, si deve riconoscere l’«importanza storica» del bolscevismo, ma, dice Aksel’rod, allo stesso modo in cui si riconosce l’importanza di fenomeni come una pestilenza, un terremoto, una guerra o l’invasione degli unni e dei mongoli, fenomeni certamente importanti, di cui si devono studiare cause ed effetti, senza però provare di fronte a essi alcuna esultanza o ammirazione. Di queste riflessioni polemiche ribolle la lettera di Aksel’rod, di cui due punti meritano particolare attenzione. Questo marxista russo era sdegnato dal fatto che i socialisti occidentali idealizzassero la rivoluzione bolscevica al punto di vedervi una ripetizione non solo della dittatura giacobina, ma della stessa Comune di Parigi. Ricordando la nota frase di Marx secondo cui gli eventi storici accadono due volte, prima come tragedia e poi come farsa, Aksel’rod scrive: «Il giacobinismo dei bolscevichi è una tragica parodia dell’originale, una parodia che psicologicamente si fonda nell’erostratismo (2) e nell’amoralità degli ‘Übermensch’. I giacobini conquistarono il potere come risultato del corso spontaneo della grande rivoluzione francese e due importanti momenti devono essere qui ricordati. Il primo è che i loro scopi e comportamenti pratici non erano in completo e inconciliabile conflitto, per principio e in teoria, con la loro filosofia della vita e della storia, come invece avviene per i bolscevichi che si definiscono marxisti. Il secondo punto è che il governo giacobino non significava la presa del potere da parte di un solo gruppo o frazione, estromettendo o sopprimendo con la violenza tutti gli altri gruppi che sostenevano la democrazia rivoluzionaria; al contrario, il partito giacobino comprendeva tutti gli elementi principali di tale democrazia. I bolscevichi, invece, diventano dittatori mediante l’usurpazione e l’esclusione violenta di tutto il movimento socialdemocratico dal potere. Ma, pur condannando la «demagogia e il terrorismo» del «dispotismo asiatico» bolscevico-leninista, Aksel’rod si rendeva conto della novità del fenomeno quando cercava di elaborare una strategia per combatterlo. Infatti, non solo l’opposizione antibolscevica borghese era su posizioni chiaramente reazionarie e mirava ad abbattere i bolscevichi per instaurare una dittatura contro-rivoluzionaria e distruggere la democrazia, ma, anche se si fosse seguita la via di un «ampio movimento nazionale di indipendenza» analogo a quello che aveva abbattuto lo zarismo, le difficoltà erano infinitamente maggiori dato il carattere ultrarepressivo del nuovo regime (…). Di tutta l’appassionata e aspra requisitoria antibolscevica di Aleksandr Potresov compendiata nel suo libro ‘Prigionieri delle illusioni’ (‘V plenu u illjuzij’, Paris, 1927), in polemica col «menscevismo ufficiale», citeremo solo il passo dove viene respinta, con argomenti chiarificatori e definitivi, l’abusata analogia tra bolscevismo e giacobinismo: «… Qualunque atteggiamento si assuma verso la dittatura giacobina di Robespierre col suo spietato terrore – a me essa ha sempre ispirato pochissime simpatie -, si deve tuttavia riconoscere che il suo funzionamento relativamente breve, nel periodo delle tempeste della rivoluzione e nell’ambiente storico del XVIII secolo, quando tutto il continente europeo non conosceva ancora né le istituzioni rappresentative, né in generale libertà di sorta, non è comparabile col potere bolscevico, affermatosi nell’Europa del XX secolo, in immediata vicinanza col parlamentarismo, con le democrazie, con un ramificato movimento operaio socialista e persino con dei governi operai. (…)»” (pag 92-93) Vittorio Strada, ‘Martov e la critica marxista del leninismo’, Mondo Operaio, n. 9, settembre 1980] [(2) Erostrato, cittadino di Efeso, nel 356 aC, incendiò lo splendido tempio di Artemide, nella sua città, per rendersi famoso. È simbolo di un’ambizione che non si ferma di fronte alla distruzione di alcun valore pur di affermare se stessa]