“All’interno dell’ampia letteratura dedicata al fenomeno imperialistico, Lenin sceglie e porta in primo piano gli scritti di Hobson e Hilferding. Quella hobsoniana viene giudicata come «la fondamentale opera inglese sull’imperialismo» (34). Ma si tratta pur sempre dell’impostazione di un «pacifista e riformista ‘aperto e dichiarato’ (35), che condivide le teorie del socialriformismo borghese» (36). Lenin prende quindi le distanze dall’autore inglese. Il che non costituisce una sorpresa. Hobson riteneva infatti che il sottoconsumo, dal quale egli faceva dipendere l’accaparramento armato di nuovi mercati, non fosse affatto il male mortale del capitalismo, ma una deficienza facilmente sanabile tramite un’equa distribuzione della ricchezza, un più efficiente sistema fiscale ed un programma di riforme sociali (37). Quanto ad Hilferding, è bene precisare che quest’autore aveva drasticamente rigettato la tesi che vedeva nel sottoconsumo delle masse la causa delle crisi economiche (38). Dai rimproveri mossi da Lenin a Kautsky, sembra che l’intesa con Hilferding stia nell’introduzione da parte di quest’ultimo del concetto di «capitale finanziario» (39). Ma questa è una copertura formale, che serve solo a giustificare un accordo che risiede altrove: «nell’obiettivo politico finale: nella conquista del potere statale» (40). E quando Hilferding abbandonerà la prospettiva rivoluzionaria, Lenin non esiterà, malgrado i meriti acquisiti col «capitale finanziario» a bollarlo di «ex-marxista» e di «commilitone di Kautsky» (41). I conti con l’analisi hilferdinghiana non si possono però chiudere così. Essa infatti estende indebitamente caratteristiche esclusive o prevalenti dell’economia tedesca all’intero sistema capitalistico e cade inoltre in un economicismo semplificatore. La nascita della banca di tipo tedesco (la cosiddetta banca mista), istituzionalmente orientata ad intervenire nel controllo delle imprese, è dovuta ad una carenza di capitali che rallenta il processo di industrializzazione o che non favorisce il recupero di chi nei confronti dello sviluppo economico si trova in posizione di ‘second comer’. La simbiosi fra banca e industria segnala perciò un’insufficienza di capitale di rischio (42). Tutto il contrario di quanto le teorie di Hilferding e di Lenin pretendono di affermare (43). Ecco perché non meraviglia che le la stessa esportazione di capitali tedeschi fosse determinata – come ha ricordato Mueller, allora direttore della Dresdner Bank – dalle ambizioni del Kaiser (44). Ogni marco doveva così – secondo la felice espressione di Herbert Feis – adattarsi a due esigenze: quella dello sviluppo dell’economia nazionale e quella della politica di potenza (45)” (pag 121) [Lorenzo Infantino, ‘L’imperialismo, fase suprema del comunismo’, Mondo Operaio, n. 11, novembre 1984] [(34) ‘L’imperialismo’, cit., p. 120; (35) Ivi, p.41; (36) Ivi, p. 46; (37) J.A. Hobson, ‘L’imperialismo’, Milano, Isedi, 1974, pp. 72-83. Non solo di dati statistici utilizzati da Hobson sono parziali, ma nella sua opera convive addirittura una diversa interpretazione, che attribuisce la causa dell’imperialismo agli egoistici interessi dei militari e della burocrazia di Stato (Ivi, pp. 46-7); (38) ‘Il capitale finanziario’, Milano, Feltrinelli, 1972, p. 333; (39) ‘L’imperialismo’, cit.. pag 132; (40) ‘Il capitale finanziario’, cit., p. 488. Non per nulla Lenin ha scritto che la questione della natura «puramente economica, oppure extra-economica (per esempio militare) dell’imperialismo è, «in sé, secondaria». Non muta «assolutamente la sostanza della lotta, il suo contenuto di classe» (‘L’imperialismo’, cit., p. 113). Quel che conta è quindi la guerra contro il capitalismo e la presa del potere; (41) Nella prefazione alle edizioni francese e tedesca dell’ ‘Imperialismo’ (1920), V.lo ne ‘L’imperialismo’, cit., pp. 40-41; (42) Ciò è d’altra parte dimostrato dalle vicende economiche italiane e dall’affermarsi nel nostro paese, prima delle riforme del 1926 e del 1936, di strutture bancarie di tipo misto; (43) Anche per Hobson la Germania era un paese capitalisticamente saturo. Sull’argomento, egli aveva però delle idee molto confuse. Tant’è che non ha esitato ad assumere l’ammontare dei depositi bancari come un indice dell’eccesso di capitali (Hobson: ‘L’imperialismo’, cit., pp. 72-3); (44) Cfr. ‘Miscellaneous Articles on German Banking, Washington, National Monetary Commission, 1910, p. 152; (45) H. Feis, ‘Europe the World’s Banker, 1870-1914’, cit., p. 60]
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- Articolo pubblicato:14 Luglio 2026
