“La teoria dell’imperialismo è nata da una duplice necessità: bisognava giustificare la mancata rivoluzione socialista ed assicurare, spostandolo nel tempo, l’ugualmente sicuro conseguimento del Regno della libertà. Il nucleo seminale di tale teoria si trova in Marx ed Engels, costretti a “spiegare” il perché dei fallimenti rivoluzionari del 1848-50. La loro risposta è che in effetti il programma rivoluzionario non ha subito sconfitte di sorta: se ne è dovuta ritardare la realizzazione, a causa del non ancora completo sviluppo mondiale del capitalismo (4). L’esito è però certo. La società borghese ha infatti un irrefrenabile potere di irradiazione. E non solo. È addirittura dominata da leggi che la condannano ad un incessante processo di espansione, che la costringono a ricercare continuamente nuovi mercati: per collocare i propri prodotti e per difendersi dalla caduta tendenziale del saggio di profitto. Essa è quindi destinata a crollare per effetto del suo stesso meccanismo di funzionamento, allorché non ci saranno più ‘spazi-terzi’ nei quali collocare l’eccesso di produzione ed i nuovi investimenti. Kautsky eredita dai padri fondatori la parte deterministica della loro diagnosi. Crede che il socialismo si possa realizzare – come scriveva Marx – in forza di leggi che «si fanno valere con bronzea necessità» (5). Ecco perché egli è un rivoluzionario che non fa la rivoluzione (6). Attende che il meccanismo capitalistico si autodistrugga, avendo cura nel frattempo di costruire un partito bifronte: alloggiato cioè nel sistema, ma estraneo ad esso. Intenzionato a non farsi integrare, perché confortato dalla sicura prospettiva del Regno del domani. Le teorie del crollo sono quindi il viatico dell’attesa, durante la quale la classe operaia deve mantenere la propria purezza, si deve tenere fuori dalle contaminazioni capitalistiche. Le stesse spartizioni coloniali sono un «lavoro troppo sporco perché il proletariato se ne possa fare complice. Portare a termine questa vergognosa faccenda è (perciò) uno dei compiti storici della borghesia e il proletariato deve considerarsi fortunato di non doversi così macchiarsi le mani» (7)” (pag 118) [Lorenzo Infantino, ‘L’imperialismo, fase suprema del comunismo’, Mondo Operaio, n. 11, novembre 1984] [(4) Per un dettagliato esame di questo specifico punto, rinvio a Lorenzo Infantino, a cura, ‘ Sociologia dell’imperialismo: interpretazioni socialiste’, Milano, Angeli, 1983; Id., ‘Rivoluzione e imperialismo’ in ‘Tempo presente’, aprile 1984; (5) K. Marx, ‘Il capitale’, Roma, Editori Riuniti, 1974, I/1, p. 32; (6) Non a caso Kautsky ha definito la socialdemocrazia tedesca «un partito rivoluzionario, non un partito che faceva le rivoluzioni» (‘La via al potere’, Bari, Latera, 1974, p. 71); (7) K. Kautsky, ‘La questione agraria’, Milano, Feltrinelli, 1978, p. 364]