“Secondo alcuni studiosi il concetto di sfruttamento, e quindi di plusvalore, deriva in Marx dall’asserzione che le merci vengono scambiate in base alla quantità di lavoro in esse incorporato, asserzione presumibilmente suffragata col soccorso d’una dottrina «giusnaturalistica» di stampo lockiano, per la quale il lavoro dà diritto alla proprietà del proprio prodotto. Sotto questo profilo la legge del valore è una premessa e il plusvalore una conseguenza: il che è indubbiamente vero, almeno in una certa misura, per i socialisti ricardiani; la loro tesi iniziale infatti è che il lavoro dà diritto all’intero prodotto, o che soltanto il lavoro crea «valore» (senza chiarire sempre se si tratti di valore d’uso o di valore di scambio). Senonché, proprio per questo motivo Marx giudica le loro teorie interessanti, ma inadeguate; ed è pertanto assurdo attribuire a Marx la concezione da lui criticata. L’analogia tra il capitalismo e le forme precedenti di società circa l’appropriazione di un surplus da parte di persone che non partecipano all’attività produttiva è per Marx un dato storico, un’osservazione derivata dall’esperienza sociale. Egli mostra l’analogia che esiste tra situazioni in cui l’appropriazione di plusvalore o di plusprodotto è sancita politicamente, con la forza militare o per via legale, o in cui è invece riconosciuta di fatto, come accade nella forma specificamente capitalistica di sfruttamento. Il problema propriamente ‘economico’ non consiste peraltro nel dimostrare l’appropriazione, bensì nel ‘conciliarla’ con la legge del valore: nello spiegare cioè come essa si verifichi nel regno della concorrenza e della «mano invisibile», dove ogni cosa è scambiata secondo il «valore naturale». In ‘Salario, prezzo e profitto’ Marx afferma: «Quindi, per spiegare la ‘natura generale dei profitti’, dovete partire dal principio che le merci in media ‘sono vendute ai loro valori reali’, e che ‘i profitti provengono dal fatto che le merci si vendono ai loro valori…’. Se non potete spiegarvi il profitto su questa base, non potete spiegarvela affatto» (28). La teoria del valore, così come l’aveva enunciata Ricardo, era del tutto funzionale al proposito di Marx. Essa infatti poneva al centro il lavoro in quanto attività produttiva umana e ne faceva la base per la spiegazione del valore di scambio. Era perciò naturale che Marx avviasse l’esposizione della teoria del plusvalore, nel primo libro del ‘Capitale’, muovendo dal presupposto che le merci vengono scambiate secondo il loro ‘valore’ (cioè proporzionalmente al lavoro): non era soltanto un’affermazione di principio, ma anche un modo di dimostrare l’origine e la permanenza del plusvalore. Inoltre, tale impostazione consentiva di situare la formazione del plusvalore, e la sua misura, nei rapporti di produzione (in antitesi, per esempio, agli «scambi ineguali» di WillIam Thompson). Che Marx fosse ben consapevole di ciò che faceva , nonché dei limiti di questa «prima approssimazione», è attestato da un passo del primo libro del ‘Capitale’: «Se i prezzi differiscono realmente dai valori, occorre ridurre i prezzi ai valori, cioè fare astrazione da questa circostanza come casuale, se si vuole avere davanti a sé ‘puro’ il fenomeno della formazione del capitale sulla base dello scambio di merci, e se non si vuole essere confusi nell’osservarlo da circostanze secondarie perturbatrici ed estranee al vero e proprio andamento del fenomeno» (29)” (pag 143-144) [Maurice Dobb, ‘Storia del pensiero economico. Teorie del valore e della distribuzione da Adam Smith ad oggi.’, Editori Riuniti, Roma, 1979] [(28) ‘Salario, prezzo e profitto’, Roma, 1971, pp. 66-67; (29) ‘Il capitale, I, p. 198, n. 37. Un modo diverso di spiegare il procedimento marxiano può forse essere quello di Oskar Lange, il quale (in un lontano articolo) scrive che «Marx sviluppa la sua teoria del valore riferendosi prima alla produzione mercantile semplice» e introducendo poi «piccole modifiche… inessenziali da suo punto di vista» (‘Marxian economics and modern economics’, in ‘Review of economic studies’, v. II, 1934-1935, p. 198). Va notato che la «produzione mercantile semplice» implica che i produttori siano proprietari dei loro mezzi di produzione, di modo che, mentre esiste una mobilità del lavoro e dei suoi mezzi di produzione tra le varie industrie, non esiste una specifica «mobilità del capitale» in senso moderno]