“La sfiducia nei confronti dei ricchi è chiaramente visibile nelle opere del filosofo ed economista tedesco del XIX secolo Karl Marx, che vedeva nell’accumulazione originaria della ricchezza (chiamata anche accumulazione «primitiva»), avvenuta alla fine del Medioevo, un passo cruciale nel processo che ha portato i lavoratori a diventare sempre più oppressi, economicamente e politicamente, a vantaggio della classe borghese. È interessante notare che quando discuteva delle economie precapitalistiche, Marx faceva una netta distinzione tra «capitale commerciale» e «capitale usurario», intendendo con questo tutto il «capitale produttivo d’interesse». Nel processo di concentrazione della ricchezza, Marx attribuiva all’usura un ruolo puramente «parassitario», dal momento che non alterava il modo di produzione, ma si limitava a rendere le condizioni di vita della maggior parte della popolazione sempre più misere. A suo avviso, nel modo di produzione capitalistico il capitale produttivo d’interesse si è semplicemente adattato alla nuove condizioni, con gli interessi che rappresentano la sua parte del surplus, ma non ha cambiato natura e il suo carattere usurario tende a manifestarsi ogni volta che la situazione lo consente (44). Pur con le dovute differenze, il giudizio di Marx sulla finanza è stato altrettanto negativo di quello espresso dai più severi teologi medievali. I suoi seguaci contemporanei hanno esteso la sua critica alla finanziarizzazione in corso nelle economie occidentali (45)” [Guido Alfani, ‘Come dèi fra gli uomini. Una storia dei ricchi in Occidente’, Laterza, Roma, 2026] [(44) Marx, Roma 1970, ‘Il Capitale’, Libro terzo, capitolo XXXVI; (45) Sulle recenti critiche alla finanziarizzazione da una prospettiva marxista si veda Chesnais 2016; Manigat 2020]