“Lo Stato di classe per il Gramsci del 1918 è quello «in cui culmina l’efficacia del principio della libera concorrenza, coll’alternarsi al potere dei grandi partiti comprensivi di vasti interessi di categorie produttrici». Questo Stato non esiste in Italia, aggiunge senza esitare. La formulazione diventa ancora più assiomatica quando a proposito della «Commissionissima» per il dopoguerra e della propensione della CGL a parteciparvi, Gramsci scrive: «La Commissionissima è il supremo tentativo di imporre alla società italiana una forma di Stato che continui ad essere indipendente dalla sovranità nazionale; che non sia influenzato dalle energie libere della nazione quali continuamente suscita la produzione capitalistica; una forma di Stato alla prussiana, distributore di privilegi di alti profitti e di alti salari, che assicuri la cosiddetta pace sociale legittimando il suo potere direttamente sulle categorie organizzate di capitalisti e di proletari, che governano attraverso organi extraparlamentari … è un tentativo di rendere superflua la lotta politica… La tendenza rivoluzionaria intransigente a reagito a queste manifestazioni piccolo borghesi della lotta politica e della società italiana . Il socialismo rivoluzionario è il liberismo del proletariato, è l’affermazione che la fortuna del proletariato non ha la sua sorgente nello Stato, equivocamente rappresentato come superiore alle classi, ma nelle forze della organizzazione, nel libero e spontaneo fiorire del partito politico e delle associazioni sindacali (22). Non a caso Gramsci riconosce il più attuale, permanente valore di Marx nella famosa incitazione: «Proletari di tutti i Paesi unitevi!», e ripete: «Marx è per noi maestro spirituale e morale, non un pastore armato di vincastro» (23). Non lo tocca la solita accusa di volontarismo; anzi, a Treves che gliela rinnova ancora nel 1918, sembra ricordare i principi posti da Marx ed Engels nella ‘Sacra famiglia’ (‘Critica della critica critica’) – secondo cui la storia ‘non fa niente’, è l’uomo che ‘fa tutto’, – quando replica: «Il Treves al posto dell’uomo individuale realmente esistente pone il determinismo». Gramsci accusa il suo contraddittore di aver sterilizzato le dottrine di Marx, di averne fatto la «dottrina dell’inerzia del proletariato», mentre la nuova generazione ritorna al genuino marxismo per il quale «l’uomo e la realtà, lo strumento del lavoro e la volontà, non sono dissaldati ma si identificano nell’atto storico» (24). Il rivoluzionario non vuole infatti contrapporre ‘modelli statolatrici’, «né uno Stato professionale, come quello vagheggiato dai sindacalisti, né uno Stato che abbia monopolizzato la produzione e la distribuzione», com’è vagheggiato dai riformisti. Ma uno Stato in cui esiste, «un’organizzazione di libertà per tutti e di tutti…» (25). La stessa creazione del collettivismo socialista è concepita da Gramsci come passaggio dall’«individuo-capitalista all’individuo-associazione» (26), come esercizio di iniziativa e di disinteresse. Va da sé che molta di questa carica ideologica, di questo schema interpretativo si proiettano nella visione che ha Gramsci della rivoluzione russa come affermazione di libertà e di volontà. Qualche mese dopo aver scritto ‘La rivoluzione contro il capitale’ egli aggiunge: «No, le forze meccaniche non prevalgono mai nella storia: sono gli uomini, sono le coscienze, è lo spirito che plasma l’esteriore apparenza e finisce sempre col trionfare» (27). E applica la lezione bolscevica, come egli la concepisce, alla realtà in parte precapitalistica italiana per dire che l’ ‘intransigenza’ del proletariato, il suo ‘intervento diretto’ hanno anche lo scopo di spazzare dalla scena – come in Russia – i «democratici trogloditi», i «parassiti». Intransigenza ed intervento sono per esso il modo «di svolgere la sua missione rivoluzionaria d’acceleratore della evoluzione capitalistica della società, di reagente che chiarifica il caos della produzione e della politica borghese, che costringe gli Stati moderni a continuare nella naturale loro missione di disgregatori degli istituti feudali» (28). Gramsci insiste «cultura materiata di filosofia storicistica» dei bolscevichi che concepirebbero la storia «come processo infinito di creazione» (29), come «libera affermazione delle energie individuali e associate» (30), talché la nuova società sovietica gli appare una nuova gerarchia: «dalla massa disorganizzata e sofferente si passa agli operai e ai contadini organizzati, ai Soviet, al partito bolscevico e all’uno Lenin» (31). Torna qui il concetto di libertà che gli è caro, dell’identificazione di morale con politica, di economia con politica: «I Soviet e il partito bolscevico non sono organismi chiusi: si integrano continuamente. Ecco il dominio della libertà, ecco le garanzie della libertà. Non sono caste, sono organismi in continuo sviluppo. Rappresentano la progressione della consapevolezza, rappresentano l’organizzabilità della società russa. Tutti i lavoratori possono far parte dei Soviet, tutti i lavoratori possono influire nel modificarli e renderli meglio espressivi delle loro volontà e dei loro desideri. La vita politica russa è indirizzata in modo che tende a coincidere con la vita morale, con lo spirito universale della umanità russa. Avviene uno scambio continuo tra queste tappe gerarchiche: un individuo grezzo si affina nella discussione per la elezione del suo rappresentante al Soviet, egli stesso può essere il rappresentante; egli controlla questi organismi perché li ha sempre sotto gli occhi, vicini nel territorio» (32)” (pag 324-326) [Paolo Spriano, ‘Torino operaia nella grande guerra, 1914 – 1918’, Einaudi, Torino, 1960] [(22) Cfr. un editoriale anonimo del ‘Grido del Popolo’ del 10 agosto 1918, che noi riteniamo sia di Gramsci; (23) Cfr. ‘Il nostro Marx’, in ‘Il Grido del Popolo’ del 4 maggio 1918, ora in ‘Scritti giovanili’ p. 217; (24) Da ‘La critica critica’, nel ‘Grido del Popolo’ del 12 gennaio 1918, ora in Scritti giovanili, p. 159 (…); (25) Gramsci, ‘L’organizzazione economica e il socialismo’ in ‘Grido del Popolo’, 9 febbraio 1918, ora in ‘Scritti giovanili’, p. 174; (26) Gramsci ‘Individualismo e collettivismo’, in ‘Grido del Popolo’, 9 marzo 1918, ora in ‘Scrittti giovanili’, p. 189; (27) Gramsci, ‘Un anno di storia’, in ‘Grido del Popolo’, 16 marzo 1918, ora in ‘Scritti giovanili’, p. 197; (28) Gramsci, ‘L’intransigenza di classe e la storia italiana’, cit, ora in ‘Scritti giovanili’, pp. 235-36; (29) ‘Per conoscere la rivoluzione russa ‘ in ‘Grido del Popolo’, 22 giugno 1918, ora in ‘Scritti giovanili’, p. 268; (30) ‘Utopia’, nell’ ‘Avanti!’, pagina torinese, 25 luglio 1918, ora in ‘Scritti giovanili’, p: 285; (31) ‘Per conoscere la rivoluzione russa’, cit. ora in ‘Scritti giovanili’, p. 285]