“Sombart (Sombart, 1916, II. 55-56) contrappone le caratteristiche del pensiero presmithiano a quelle del pensiero classico. (…) Il pensiero presmithiano è organico, dice Sombart, perché parte dalla idea di un tutto pensato come un organismo; è dinamico, perché si appunta sulle potenzialità economiche e sul modo di svilupparle; è orientato fondamentalmente al problema della produzione; è, infine «attivistico e idealistico», cioè guarda alle trasformazioni da fare attraverso l’intervento politico. Al contrario, il pensiero classico e ottocentesco è meccanicistico, perché è centrato sull’idea di un ordine naturale che funziona come un meccanismo. (…) Il precursionimo. Nelle stesse pagine, Sombart vibra un altro colpo decisivo all’approccio classico e neoclassico sui presmithiani. Egli attacca il frutto più insidioso di questo approccio: il precursionismo. Il precursionismo rivaluta qualche singolo autore o aspetto del pensiero presmithiano in quanto anticiperebbe alcune delle tesi proprie dell’economia «scientifica». Definire i presmithiani come precursori, dice Sombart, è una banalità, se si intende che essi non disponevano ancora di un apparato scientifico compiuto, oppure è un errore, se si vede il loro pensiero come lo stadio embrionale della fisiocrazia e della dottrina classica. Cercare in quegli autori spunti della teoria del valore-lavoro o del valore-utilità o di altre teorie classiche è il peggior modo per tentare di comprenderli (27). C’è da aggiungere che il precursionismo è quasi sempre selettivo. Esso valorizza alcune teorizzazioni, confermando implicitamente la svalutazione di tutto il resto del pensiero presmithiano. In definitiva, è un atteggiamento antistorico, irrispettoso della logica propria che muoveva i pensatori di quel periodo. Il primo storico che usò, in parte, questo tipo di approccio fu probabilmente Marx. Nonostante la sua sensibilità storica, Marx era troppo partecipe delle teorie classiche e troppo imbevuto della cultura evoluzionistica del suo tempo per sfuggire del tutto all’ottica precursoristica. La sua analisi dell’accumulazione originaria, cioè del trasferimento e della concentrazione forzata della ricchezza, che stanno alla base dello sviluppo storico del capitalismo, lo rendono consapevole delle condizioni specifiche in cui si muovono i mercantilisti. Egli si accorge, prima della nuova scuola storica, che il denaro e il commercio estero erano i veicoli privilegiati per promuovere l’accumulazione in quel periodo (28). Marx, però, non approfondisce il pensiero presmithiano sulla produzione, se non per rintracciare in Davenant il concetto di sovrappiù e in Petty il primo abbozzo della teoria del valore-lavoro e persino del concetto di plusvalore (29). Egli quindi sottrae Petty al suo tempo e lo considera un semplice anticipatore della teoria classica; anzi, lo definisce – talvolta insieme a Boisguilbert – l’iniziatore dell’economia politica classica, o economia scientifica (30). In effetti Marx è interessato a rintracciare nella storia del pensiero una evoluzione necessaria verso le idee «più scientifiche» (31). I sistemi di pensiero precedenti sono quindi approssimazioni imperfette di quelli successivi. D’altra parte il pensiero mercantilista sulla produzione di ricchezza viene relegato nell’ambito della teoria – più immaginata da Marx che reale – del «profit upon alienation»; secondo la quale il profitto, e quindi il sovrappiù, nascerebbero dallo scambio (v. 4.d). Questa interpretazione riduttiva avrà poi un successo sproporzionato rispetto ai rapidi appunti di Marx che l’avevano generata. Tuttavia non fu Marx, ma Jevons a legittimare, probabilmente senza volerlo, l’approccio precursionistico presso l’economia ufficiale, con un saggio del 1881 su Cantillon; autore che egli meritoriamente riscopre e ripubblica. Dopo il saggio di Jevons l’impostazione precursionistica rimane per quasi un secolo uno degli approcci abituali al pensiero presmithiano. Se ne servono autori delle tendenza più diverse: Da Desmars a Sewall agli inizi del secolo, a Furniss, Hayek, Keynes, fino a Einaudi, Robbins, Bast, McDonald, Spiegel, Meek, ecc. (32)” (pag 19-20) [Cosimo Perrotta, ‘Produzione e lavoro produttivo. Nel mercantilismo e nell’illuminismo’, Congedo editore, Galatina, Lecce, 1988] [(27) Ivi, p. 428-37; (28) Marx 1859 C, p. 137, – 1867, c. 24-25. – [1862-3], I, 4.6.b (i mercantilisti, egli scrive, non erano così stupidi come li dipingono i libero-scambisti dell’economia volgare, ivi, p. 304; (29) Marx 1859, p. 214 (Lett. a Engels del 1858). – [1862-3], I, 4,.6.b, p. 304-9; App. 2; (30) Marx [1857-8], II, App. I p.646. – 1859, A., p. 34-6 e n. – [1854-5], 47 – I, p. 895, – 1867. 1.4, o. 113; 8.5, p: 308; (31) Cfr. Giorgetti 1961, p. 62-3; (32) Jevons 1881; Hayek 1931, III; Einaudi 1955, ecc., su Cantillon. Desmars 1900 su Graslin (p. 233). Sewall 1901 e Meek 1973a sul valore lavoro. Furniss 1920, p. 20-21, 178, sugli alti salari e la bilancia commerciale. Su diversi temi: Keynes 1936 (V, 2,d); Robbins 1967, II, 3-4, p. 27-32 e VI.4 p. VI.4, p. 146-8; Spiegel 1971, c.5-7, su Olivier de Serres, La Bruyère e Boisguilbert; ecc.]