“In una prima fase della società comunistica uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla società capitalista, una certa disuguaglianza tra gli uomini, in particolare la disuguale retribuzione in base al lavoro prestato, sarà inevitabile. Solo in una fase più elevata della società comunistica, con la scomparsa della divisione del lavoro e quindi del contrasto tra il lavoro intellettuale e quello manuale e quando il lavoro sarà diventato non solo mezzo di vita, ma bisogno della vita e le forze produttive avranno raggiunto il loro sviluppo, la società, dice Marx, «potrà scrivere sulla propria bandiera: ‘Ognuno secondo la sua capacità, a ognuno secondo i propri bisogni’» (‘Per la critica del programma di Gotha’, 1875). Ma da questo che è il comunismo autentico, Marx distingue il ‘comunismo rozzo’ che non consiste nell’abolizione della proprietà privata ma nell’attribuzione di tutta la proprietà privata alla comunità e quindi nella riduzione di tutti gli uomini a proletari. Questo comunismo è, secondo Marx, «una manifestazione della bassezza della proprietà privata che intende porsi come positiva comunità» (‘Manoscritti economico-filosofici del 1844’, III, trad. ital, p. 257). Esso è un’espressione di quello che oggi, dopo Nietzsche e Scheler, chiamiamo ‘risentimento’. Dice Marx: «Questo comunismo, in quanto nega ovunque la personalità dell’uomo, è soltanto l’espressione conseguente della proprietà privata che è tale negazione. L’invidia generale, che diventa una forza, è soltanto la forma nascosta in cui la cupidità si stabilisce e si soddisfa in altra guisa: il pensiero di ogni proprietà privata come tale si stravolge, almeno contro la proprietà più ricca, in invidia e brama di livellamento» (Ib., p. 256). Fa parte di questo comunismo la sostituzione del matrimonio con la comunione delle donne per cui anche la donna diventa una proprietà comune; e quest’aspetto svela il carattere degradante di questa forma di comunismo perché è per l’appunto nel rapporto tra uomo e donna che si manifesta meglio il grado in cui l’uomo ha realizzato la propria umanità (Ib., p. 257). Ma, come si è detto, la nascita, l’affermazione e la vittoria del comunismo sono esse stesse condizionate dallo sviluppo economico. Il comunismo non può essere un ‘dover essere’, un ideale, un’utopia che si contrapponga alla realtà storica e pretenda di volgerla nella sua direzione. Marx ha affermato energicamente che la classe operaia «non ha da realizzare alcun ideale» (‘La guerra civile in Francia’, trad. ital,, Roma, 1907, p. 47). E nel ‘Manifesto del partito comunista’ è detto: «Gli enunciati teorici dei comunisti non riposano affatto su idee e principi che siano stati inventati o scoperti da questo o quest’altro riformatore del mondo. Essi non sono che espressioni generali dei rapporti effettivi di una già esistente lotta di classe, di un moto storico che si va svolgendo sotto i nostri occhi». La fine della società capitalistica e l’avvento del comunismo saranno dovuti allo sviluppo inevitabile della stessa economia capitalistica; la quale, mentre da un lato è incapace di assicurare l’esistenza dei lavoratori salariati, di cui pure non può fare a meno, dall’altro unisce i lavoratori stessi nella grande industria e ne fa una forza destinata a distruggerla. La borghesia stessa produce i propri becchini” (pag 209-210) [Nicola Abbagnano, Storia della filosofia. Volume terzo. Filosofia del Romanticismo – Filosofia tra il secolo XIX e il XX, Utet, Torino, 1974]