“A J.B. Say, volgarizzatore di Smith, Marx indica l’assurdità del suo ordinamento del materiale, che pone al primo posto la produzione, poi lo scambio, quindi la distribuzione e infine il consumo. Per Marx lo scambio è il presupposto del modo di produzione capitalistico. È esso che produce una determinata forma di produzione e di consumo. D’altro canto, sulla valorizzazione propria del valore di scambio F. Quesnay basa la sua prova dell’improduttività di tutti i lavori, salvo quelli agricoli. Per Quesnay «gli agricoltori e i proprietari sono la fonte originaria di tutte le spese e di tutti i salari» (6). Ma la restrizione va tolta, e il valore di scambio va derivato dal valore della materia prima contenuta in esso, ovvero del tempo di lavoro che è richiesto per produrre o mutare questo materiale lavorativo. Tutta la materia prima (non solo i prodotti agricoli) entra nel processo di valorizzazione con un prezzo determinato. Altrettanto accade per il mezzo lavorativo, anche se nel prezzo del prodotto può entrare solo la parte consumata di esso. L’autovalorizzazione include conservazione e moltiplicazione, le cui origini stanno nell’irrequietezza creativa del lavoro (‘schaffende Unruhe der Arbeit’), che è mezzo oggettivo per la realizzazione del lavoro. Nel valore d’uso la ‘Unruhe’ (irrequietezza, ndr) ha ancora un senso eminentemente qualitativo, in quanto si va alla ricerca delle proprietà oggettive (cui si accennava sopra); ma nel valore di scambio si tratta solo del quantum di lavoro. La sua qualità è ridotta «a un determinato quantum di lavoro uguale, generale, privo di differenze, sociale, astratto» (7). La fissazione del lavoro, nel suo prodotto è dissolta, come lo è la determinatezza materiale (‘die bestimmte stoffliche Bestimmtheit’). L’utilità del lavoro e i valori d’uso, in cui si risolvono materie prime e mezzi di lavoro, risultano ora o svaniti o alterati (‘verschwunden oder verändert’) (8). Il dominio dei valori di scambio è quello della indifferenza. Ma è appunto passando attraverso l’indifferenza che si ripresentano i fattori di un nuovo valore d’uso, ed è in questa sua nuova forma che il valore di scambio si presenta sul mercato. I tempi di lavoro della materia prima (che può essere un altro prodotto del lavoro e dei mezzi di lavoro che entra nel nuovo prodotto), costituiscono periodi precedenti, che si ripresentano nel prodotto come parti costitutive del nuovo lavoro. Esse sono ‘fattori del valore’, cioè fattori di un nuovo valore; il lavoro incorporato è la condizione necessaria per la creazione di nuovo valore. Il lavoro, incorporandosi nel materiale, determina la trasformazione di questo in valore e quindi in denaro. È quest’incorporazione (‘Verkörperung’) che è capace di dare sostanza a ogni valore di scambio. Tale sostanza resta immutata attraverso i passaggi del processo lavorativo; solo nel momento finale essa si scopre come il momento essenziale del processo di valorizzazione in generale (‘wesentliches Moment zum Verwerthungsprocess überhaupt’) (9). È quest’incorporazione presupposta che determina la stabilità del processo lavorativo. La classe operaia è fin dall’inizio una «costante», la prima manifestazione del capitale, pur se, all’inizio, può essere utilizzata una classe operaia più antica, come presupposto generale della produzione. Questa costante stessa «è originariamente creata dal capitale» (10). È il lavoro utile determinato degli operai che conserva e accresce i valori d’uso come valori di scambio” (pag 42-43) [Nicola Badaloni, ‘Dialettica del capitale’, Editori Riuniti, Roma, 1980] [(6) F. Quesnay, ‘Il «Tableau économique» e altri scritti di economia’, a cura di M. Ridolfi, Milano, 1973, p. 190; (7) Ms, p. 63; (8) Ivi, p. 64; (9) Ivi, p. 66; (10) Ibidem. Marx cita E.G. Wakefield per mostrare come nelle colonie la classe operaia sia prodotta direttamente dal capitale. Cfr. K. Marx, ‘Il capitale’, Roma, I, pp. 827 sgg.]