“L’origine della concezione di un programma di questo tipo risale al ‘Manifesto del partito comunista’ del 1848. Al termine del capitolo «Proletari e comunisti», Marx ed Engels proponevano un programma in dieci punti per mobilitare le masse «sulla strada della rivoluzione operaia», precisando che tali misure «appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell’economia, ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell’intero sistema di produzione. Queste misure saranno differenti a seconda dei paesi». I dieci punti venivano proposti, a carattere esemplificativo, per i paesi più progrediti, e prevedevano la confisca della proprietà fondiaria, delle proprietà degli emigrati ribelli, l’accentramento del credito in una sola banca di Stato, ma anche misure molto più limitate, come l’accentramento dei trasporti in mano allo Stato, l’istruzione pubblica e gratuita, l’eliminazione del lavoro minorile ecc. Il ‘Manifesto del partito comunista’, dunque, al di là delle specifiche proposte, conteneva già un’idea essenziale: la mobilitazione delle masse può avvenire solo su obiettivi comprensibili, e che al tempo stesso nella situazione specifica, abbiano un carattere di rottura degli equilibri di classe esistenti. Ma è soprattutto nell’esperienza bolscevica tra il febbraio e l’ottobre del ’17 che si trova per la prima volta sviluppato e tradotto in azione un sistema di rivendicazioni transitorie che parte dalle condizioni oggettive e dal livello di coscienza delle masse (che conservano ancora molte illusioni sui menscevichi e social-rivoluzionari), per condurle a comprendere, attraverso la loro esperienza, la necessità della presa del potere, la necessità di preparare l’insurrezione. Lo scritto più indicativo di questo aspetto essenziale della preparazione dell’Ottobre è l’opuscolo di Lenin ‘La catastrofe imminente e come lottare contro di essa’, che è del settembre ’17, ma che riassume tutti i temi dell’agitazione e della propaganda bolscevica successiva alle «Tesi d’aprile». È forse uno dei testi di Lenin meno conosciuti, mentre è una testimonianza eccezionale di come i bolscevichi si rivolgessero alle masse. In esso Lenin parte dai bisogni immediati delle masse per presentare una serie di parole d’ordine organicamente collegate; la loro anche parziale concretizzazione conduce inevitabilmente allo scontro, frontale, alla lotta per il potere e dipende dalla mobilitazione e dall’organizzazione delle masse, ma al tempo stesso permette e facilita questa mobilitazione e questa organizzazione. Lenin parte proprio dalla situazione di crisi profonda a cui ha portato la borghesia (carestia, inflazione, sfacelo economico, guerra) per indicare misure come la nazionalizzazione delle banche e delle maggiori industrie, l’abolizione del segreto bancario e commerciale, la regolamentazione del consumo, ecc., affidate non ad organi dello Stato borghese, ma al controllo operaio, al controllo dal basso. Lo scopo non era certo quello illusorio di una «riforma democratica» dello Stato, ma quello di condurre le stesse masse sfruttate a prendere nelle loro mani, e per se stesse, l’economia sull’orlo dell’abisso, per salvarsi dalla catastrofe a cui le stavano conducendo i capitalisti, i loro ministri e il loro Stato, che apparivano sempre più chiaramente l’ostacolo da spazzar via, Lenin rompeva così con la divisione effettuata dalla II Internazionale tra programma minimo (rivendicazioni economiche e riforme contingenti e interne al sistema) e programma massimo (il socialismo rinviato a un futuro impreciso)” (pag 12-13) [introduzione di Antonio Moscato (in) Lev Trotsky, ‘Il programma di transizione’, Edizioni Bandiera Rossa, Roma, 1972]
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- Articolo pubblicato:30 Aprile 2026
