“L’arretratezza delle condizioni sociali della Germania ha per conseguenza, nello stesso Hegel, il massimo genio filosofico di quest’epoca, che il rispecchiamento teoretico dei contrasti sociali è idealisticamente rovesciato. Nei suoi allievi, che, in generale, hanno percorso la loro decisiva evoluzione giovanile già nel periodo della Restaurazione, manca ogni comprensione per l’economia, non viene afferrata la sua importanza per la conoscenza dei problemi sociali. E questa assenza di comprensione è ugualmente forte presso l’ala destra reazionaria degli hegeliani come presso il centro liberale e l’ala sinistra. La timidezza nell’affrontare i grandi problemi della società, in questi liberali degli anni ’30, si manifesta anche nella loro totale incomprensione per i problemi economici. Solo l’inasprirsi delle lotte di classe in Germania all’inizio degli anni ’40 ha suscitato anche fra gli hegeliani un certo interesse per i problemi economici, anche se per lo più senza le solide cognizioni e il serio studio dei problemi che si trovano ancora in Hegel. L’«elaborazione filosofica» delle categorie economiche dei classici come dei grandi utopisti ad opera dei «veri socialisti» hegeliani e dello stesso Lassalle rimane, per lo più, un puro gioco formale. Solo nell’evoluzione giovanile dei fondatori del materialismo dialettico, di Marx e di Engels, incontriamo non solo uno studio profondo e radicale di tutti i problemi dell’economia politica, ma anche la consapevole comprensione del fatto che proprio qui occorre studiare i grandi problemi della dialettica, che proprio qui si pone il compito di ricondurre il materiale non ancora consapevolmente elaborato in forma dialettica dai classici dell’economia politica borghese e dagli utopisti, alle sue leggi e ai suoi principi decisivi, e di scoprire così la contraddittorietà dialettica delle leggi che regolano il movimento dell’evoluzione sociale. Già nel geniale lavoro giovanile di Engels negli «Annali franco-tedeschi», questo rapporto di economia e dialettica si trova metodologicamente in primo piano. Marx stesso rivolge poco dopo la sua attenzione centrale a questo problema nei ‘Manoscritti economico-filosofici’. Tutto l’ultimo paragrafo di questo manoscritto è dedicato alla critica della ‘Fenomenologia dello spirito’ hegeliana, e Marx mette in luce, nonostante l’aspra e decisiva critica dell’idealismo hegeliano, la parte importante e positiva svolta dall’economia (e soprattutto dalla categoria lavoro concepita secondo l’esempio dei classici inglesi) nella formazione della dialettica hegeliana. E i successivi, importanti scritti polemici contro Bruno Bauer, Max Stirner, Proudhon, ecc., contengono tutta una serie di osservazioni profonde e illuminanti proprio intorno a questi rapporti. È molto caratteristico che l’opportunismo del periodo della Seconda Internazionale che una gran parte di questi scritti, che allora non venivano apprezzati da nessuno nella loro importanza, sia rimasta in archivio. Con lo sviluppo dell’opportunismo si è perduto ogni senso della dialettica, e questa superficialità metafisica ovunque diffusa ha creato quindi un’atmosfera in cui è stata facile la distorsione economica dei risultati – pur così chiaramente formulati – dell’economia marxiana. Solo i bolscevichi hanno condotto una lotta conseguente contro questo opportunismo in tutti i campi. Lenin è stato l’unico che abbia apprezzato, con la sua profondità abituale (e senza poter conoscere una gran parte dei lavori preliminari di Marx), questi rapporti anche in questo campo. Egli dice «Non si può intendere pienamente il ‘Capitale’ di Marx, e soprattutto il primo capitolo, se non si è studiata a fondo e compresa ‘tutta’ la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo un mezzo secolo, nessuno dei marxisti ha capito Marx!» (1)” (pag 247-248) [György Lukács, ‘Il giovane Hegel e i problemi della società capitalista’, Giulio Einaudi, Torino, 1960] [(1) Lenin, ‘Quaderni filosofici’, cit., p. 171]
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- Articolo pubblicato:2 Aprile 2026
