“Quello che per circa tre secoli era stato considerato un episodio di secondaria importanza appare ad Engels, ancor più chiaramente e decisamente che a Marx, «il più grandioso esperimento rivoluzionario del popolo tedesco» (12): un’onda rivoluzionaria la cui potenza si origina nei lontani carsici movimenti medievali, soprattutto di contadini e plebei (Albigesi, Wycliffiti, Taboriti, Calistini, Flagellanti, Lollardi), non si spegne nella disfatta di Frankenhausen, si prolunga nelle esperienze rivoluzionarie dei secoli successivi e giunge, non ancora del tutto esaurita, ai tempi della rivoluzione proletaria. Tanto che Engels può scrivere: «la guerra dei contadini non è tanto remota dalle lotte che noi conduciamo nel presente» (13). «Più di una setta comunista moderna anche alla vigilia della rivoluzione di febbraio non poteva disporre di un arsenale teorico più ricco di quello “müntzeriano” che è del XVI secolo» (14). E la chiliastica comunanza dei beni ed altre reminiscenze comunistiche «solo con Müntzer diventano espressione di aspirazioni di una fazione reale della società, solo da lui vengono formulate con una certa precisione; e solo dopo di lui le ritroviamo in ogni grande sommovimento popolare, sino a che esse si fondono a poco a poco col movimento proletario moderno» (15). E oltre il carattere di classe della guerra dei contadini e al suo valore di modello teorico-epistemologico, a Engels interessa anche la funzione che essa può svolgere come modello pedagogico per la prassi rivoluzionaria del proletariato moderno. A seguito della sconfitta del 1848-49, Engels stima che sia «venuto il momento, di fronte al temporaneo rilassamento che (…) appare dappertutto, di presentare ancora una volta al popolo tedesco i profili rudi, ma forti e tenaci della grande guerra dei contadini», che «concepirono idee e piani di fronte ai quali abbastanza spesso i loro discendenti indietreggiarono spaventati» (16) e diedero «prova di una costanza e di un’energia che, in una nazione centralizzata, avrebbero dato i risultati più grandiosi» (17). Se Engels giunge ad affermare che «il punto culminante di tutta la guerra dei contadini (…) si raccoglie intorno alla figura più grandiosa, Thomas Müntzer» (18), è perché egli ha chiara consapevolezza della statura morale e ideale di questo personaggio e della centralità del suo ruolo pratico e ideologico negli anni della preparazione e durante i pochi mesi dello svolgimento della rivoluzione del 1525. Di contro alla tradizionale immagine di un Müntzer fanatico e illuso, di un incoscientte che conduce sconsideratamente e senza scrupolo al macello bande inermi di contadini, ingannati nella loro buona fede, e superando le vaghe affermazioni di risconoscimento di un generico ruolo rivoluzionario di Müntzer, Engels ci tiene, invece, a evidenziare il suo carattere e le sue doti di ‘rivoluzionario di professione’. Engels attribuisce a Müntzer non solo il merito dell’ideazione, ma anche della capacità di progettazione concreta della rivoluzione. Nella fondazione della lega degli eletti Engels intravvede la formazione di un partito vero e proprio, a cui Müntzer assegna compiti ed obiettivi rivoluzionari immediati e precisi o a più lunga scadenza: un partito che Müntzer si preoccupa di organizzare, armare ed estendere «non solo a tutta la Germania, ma a tutta la cristianità» (19) – sebbene, in realtà, sia destinato a rimanere poi «una piccola minoranza nella massa degli insorti»” (pag 174-175) [Tommaso La Rocca, ‘Es ist Zeit. Apocalisse e Storia. Studio su Thomas Müntzer (1490-1525)’, Cappelli, Bologna, 1988] [(12) ‘La guerra dei contadini tedeschi’, Editori Riuniti, collala ‘Le idee’, Roma, 1976, p. 139 (è prossima una nuova edizione di E. Campi); (13) Ivi, p. 31; (14) Ivi, p: 64; (15) Ivi, p. 56; (16) Ivi, p. 31; (17) Ivi, p. 76; (18) Ivi, p. 44; (19) Ivi, pp. 65, 70]
- Categoria dell'articolo:Nuove Accessioni
- Articolo pubblicato:13 Febbraio 2026
