“È vero, sì, che i girondini retrocessero fino a diventare una specie di «borghesia fogliantina», ma, dopo aver citato i giudizi, nettamente favorevoli alla interpretazione classista, del Levasseur e del Baudot, Jaurès conclude che questa innegabile involuzione reazionaria era frutto del loro gretto spirito di parte, e non di coscienza di classe, che «se i girondini vollero fermare la Rivoluzione sulla borghesia, ciò avvenne soprattutto perché essi pretesero fermarla sulla Gironda». Conflitto di partito, dunque, sul quale si innesta il conflitto di classe; origine ideale, passionale e non economica. Si noti che Jaurès fa questione soprattutto di prima e di poi, cioè della possibilità di stabilire, o no, un rapporto di causa diretta fra lotta di classe e lotta politica, ed anche fra coscienza di classe e spirito di partito: posta la questione in questi termini, egli per poter affermare che i Girondini sono il partito dell’alta borghesia, sembra chiedere la testimonianza del legame diretto fra gruppo economico e partito politico, o della consapevolezza da parte dei politici di essere rappresentanti di ben definiti interessi di classe. Ma il marxismo ha sempre ammesso che questo legame può ben esistere senza che nei contemporanei se ne abbia piena consapevolezza: il riflesso degli interessi di classe sulle ideologie politiche assume di volta in volta aspetti diversi, la coscienza di classe ora è patente e dichiarata, ora più o meno occulta. Certo, Jaurès non ritrovava nei girondini quella coscienza borghese tutta spiegata che aveva incontrato nei costituenti e in particolare nelle pagine di Barnave da lui così acutamente messe in luce, nel primo volume dell’opera, e questo gli pareva motivo sufficiente per porre in dubbio una definizione classista del partito girondino, laddove avrebbe dovuto soltanto escludere, se mai, che i girondini avessero avuto chiara coscienza di rappresentare gli interessi esclusivamente borghesi. Opporre al marxismo una tesi del genere, in realtà non aveva senso: Marx ed Engels non avevano mai stabilito un rapporto di causa ed effetto fra interessi di classe e azione politica (26), né mai avevano sostenuto che la coscienza di classe debba di necessità essere chiara in chi conduce l’azione politica. Lo storico ha una quantità di dati e di esiti a sua disposizione che gli consentono di giudicare da un punto di vista superiore a quello degli attori dei fatti e quindi di attribuire alle loro azioni anche significati dei quali essi non ebbero coscienza, o non la ebbero pienamente. Ma non di rado – aveva già osservato Engels – avviene tuttavia il contrario e sono gli storici che smarriscono il vero senso delle lotte politiche invece di illuminare ciò che nella coscienza dei protagonisti della storia è oscuro (27)” [(pag XLII-XLIII) [Gastone Manacorda, introduzione all’opera di Jean Jaurès, ‘Storia socialista della Rivoluzione francese’, Cooperativa del libro popolare, MIlano, 1953] [(26) Engels a Konrad Schmidt, in op. cit., p. 83: «quel che manca a tutti questi signori è la dialettica. Essi vedono sempre solamente qui la causa, là l’effetto. Non arrivano a vedere che questa è una vuota astrazione…»; (27) «La lotta della classe oppressa contro la classe dominante diventa necessariamente una lotta politica, che si dirige in primo luogo contro il dominio politico della classe dominante. La coscienza del legame tra questa lotta politica e la sua base economica si attutisce e può anche sparire del tutto. Anche quando ciò non avviene per coloro che vi partecipano, avviene quasi sempre per gli storici. Tra le antiche fonti relative alle lotte interne della Repubblica romana, solo Appiano ci dice chiaramente e apertamente di che si trattava in fin dei conti: cioè della proprietà fondiaria», Engels ‘Ludovico Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia tedesca’. Trad. it. P. Togliatti, Roma, Ed. Rinascita, 1950, p. 65]