“Si è sovente valutata la carriera di Bucharin come una lunga successione di errori e di disfatte, non sulla base di una analisi di questa stessa carriera, ma piuttosto attraverso il prisma degli interlocutori di Bucharin. Prisma trotskista: Bucharin è un debole, alleato di Stalin per eliminare l’opposizione di sinistra nel 1926, eliminato a sua volta da Stalin nel 1929 (4). Prisma leninista: Bucharin è, tra tutti i dirigenti bolscevichi, colui che si è più sovente opposto a Lenin, ma è sempre stato da lui battuto. Sulla questione dello Stato nel 1916-17, sulla pace di Brest-Litovsk nel 1918, sul problema dei sindacati nel 1921. Ma Bucharin è stato un militante disciplinato: egli si è alleato con Lenin quando ha constatato di aver torto, rifiutandosi di dedicarsi ad una “attività frazionistica”, ma la sua debolezza teorico-politica (l’ha detto Lenin: «Non ha mai studiato  e senza dubbio mai assimilato la dialettica») gli ha impedito di far fronte efficacemente al «volontarismo» di Stalin (5). È vero che in termini di lotta politica, Bucharin non è sempre stato un vincitore. Può anche essere stato il più grande sconfitto di Stalin. Ma non bisogna dimenticare l’importanza del suo ruolo nella vittoria dell’Ottobre e nelle prime conquiste del socialismo, durante la Nep. Ma più importante ancora, è che non bisogna far pesare gli incerti di questa carriera politica sui contenuti, la pertinenza e l’influenza politica reale delle opere teoriche di Bucharin. Tutti i commentatori di Bucharin non hanno mai mancato di citare la frase del testamento di Lenin, molto citata, che afferma che è “il beniamino del Partito”. Essa è a colpo sicuro l’indice della profonda differenza teorica tra i due uomini. Ma è un po’ poco per qualificare, fuori luogo e fuori posto, le concezioni buchariniane come «non dialettiche»” (pag 16-17) [(4) si veda Pierre Brouè, ‘Le Parti bolchevique’, Editions de Minuit, Paris, 1971; (5) Cfr. l’articolo di Jean-Paul Scot, su ‘France nouvelle’, gennaio 1979. Non è stato un commentatore di Bucharin a citare questa frase del testamento di Lenin. Il primo ad averla citata fu Stalin, nel 1928, omettendo completamente di parlare di ciò che lo riguardava nello stesso testamento] [Y. Blanc, D. Kaisergruber, ‘L’affaire Boukharine ou Le recours de la mémoire’, Maspero, Paris, 1979]