“Le idee di Gramsci sul partito sono rese talvolta oscure dal fatto che nelle sue pagine l’espressione «moderno Principe» indica (oltre all’opera teorica in cui dovrebbero essere trattate queste questioni) ora il partito e ora la nuova concezione del mondo. C’è un passo, molto importante, in cui Gramsci si riferisce indubbiamente al moderno Principe come alla nuova concezione del mondo rappresentata dal marxismo: il moderno Principe, «sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso, e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo» (31). Che per moderno Principe Gramsci qui non intenda il partito risulta dal contesto. L’affermazione si trova infatti in una nota di grande respiro, in cui si tratta del passaggio epocale dalla morale cristiana alla borghese e poi da questa a quella che dovrebbe essere la nuova morale comunista. Su questo punto, il passo non consente equivoci: «Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico, diventa la base di un laicismo moderno e di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume» (32). Tuttavia gli attacchi a Trockij, i processi contro i suoi seguaci, il modo stesso come venivano considerati nell’Unione Sovietica gli oppositori interni davano un tono di ambiguità alla frase in cui Gramsci scriveva che gli atti compiuti erano considerati virtuosi o scellerati solo in quanto incrementavano o contrastavano il potere del Principe. Essa sembrava, infatti, riferirsi al partito e poteva suonare come una giustificazione di quei processi, giudiziari o politici (33). Senonché lo stesso Gramsci era stato processato politicamente, sicché il passo, se diamo alla definizione di moderno Principe la più ristretta accezione di partito, viene comunque a costituire un’analisi scientifica, non una giustificazione e tanto meno una celebrazione. Ma anche nell’accezione molto più ampia di concezione del mondo il moderno Principe esprimeva pur sempre una visione totalizzante non solo della politica ma di tutti gli aspetti della vita dell’uomo. Per capire le ragioni che spingevano Gramsci ad accettarla, è illuminante il paragone che faceva anche nei ‘Quaderni’ col cristianesimo (riprendendo così un tema a cui, come si è visto, aveva accennato già negli scritti giovanili). Se ne serviva anzitutto per spiegare la sua idea della rivoluzione (e del carattere che doveva avere un marxismo non revisionistico ma autenticamente rivoluzionario): «Il cristianesimo fu rivoluzionario in confronto del paganesimo perché fu un elemento di scissione completa tra i sostenitori del vecchio e del nuovo mondo» (34). E se ne serviva poi per chiarire il rapporto tra Marx e Lenin, che considerava analogo a quello che c’era stato tra Cristo e san Paolo: non si poteva istituire una gerarchia tra Marx e Cristo da un lato e Lenin e san Paolo dell’altro, cioè tra una concezione del mondo e l’azione rivolta a concretizzarla in un nuovo assetto della società, perché l’una e l’altra erano necessarie nella stessa misura (35). Per Gramsci il marxismo avrebbe dovuto realizzare una trasformazione radicale del mondo, di portata eguale a quella del cristianesimo. Perché questa realizzazione fosse possibile, Gramsci, da buon marxista, riteneva necessaria, in primo luogo, la completa modificazione della base economica” (pag 207-208) [Aurelio Lepre, ‘Il prigioniero. Vita di Antonio Gramsci’, Laterza, Bari Roma, 2000] [(31) Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1561; (32) Ibid.; (33) Paolo Spriano ha parlato di «giustificazionismo» (Paolo Spriano, ‘Gramsci in carcere e il partito’, Editrice L’Unità, Roma, 1989, pp. 72-73; (34) Gramsci, ‘Quaderni del carcere’, cit., p. 435; (35) Ivi, p. 882] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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