“Approvando la ratifica del trattato di Brest [-Litovsk] inteso come una «pace di Tilsit», il VII congresso del Partito comunista russo (marzo 1918) si era appellato alla «necessità di sfruttare qualsiasi, anche minima, possibilità di tregua prima che l’imperialismo scateni l’offensiva contro la Repubblica socialista sovietica». «La storia non ci ha dato – rilevò Lenin – quella situazione mondiale che noi avevamo teoricamente concepito in un certo periodo e che sarebbe stata per noi desiderabile». La transizione sarebbe avvenuta nella violenza e nell’incertezza e avrebbe occupato «tutta un’epoca (…) di crolli giganteschi, di guerre di massa, di crisi». Intanto, attacchi potevano venire alla Russia da Est come da Ovest, sia dagli ex nemici sia dagli ex alleati dell’Intesa. I fatti non si fecero attendere. Mentre i tedeschi non rinunciavano a migliorare sul campo le posizioni acquisite a Brest, in aprile i giapponesi sbarcarono a Vladivostok e iniziativa la rivolta della legione cecoslovacca; durante l’estate intervennero l’Inghilterra, la Francia, gli USA. L’alleanza tra le forze anticomuniste interne e gli Stati imperialisti strinse la Russia in un cerchio di fuoco che giunse a lambire i suoi centri politici vitali. Solo alla fine del 1922 il governo sovietico poté godere della sovranità su tutto il suo immenso territorio bicontinentale; ma la politica di blocco e di «cordone sanitario» avevano ormai segregato punitivamente il paese dal resto del mondo, mentre il fallimento dei tentativi rivoluzionari postbellici in Occidente cassava l’ultima ‘chance’ del progetto teorico originario” (pag 678-679) (…); “La posizione di Lenin al riguardo può essere riepilogata in tre punti: 1) la vittoria della rivoluzione è (finora) avvenuta solo in Russia; 2) la Russia lotta sul piano internazionale in appoggio al maturare di altre rivoluzioni e contro il blocco e le minacce del capitalismo, ma imposta contemporaneamente una «edificazione socialista»; 3) questa, tuttavia, non può essere condotta a termine se non in unione con rivoluzioni vittoriose in paesi più progrediti: fino a quel punto «la nostra vittoria sarà una mezza vittoria se non meno». C’era in ultima analisi nell’elaborazione di Lenin una circolarità dialettica tra «paese solo» e rivoluzione internazionale che evitava di definire rigidamente la priorità cronologica d’un elemento rispetto all’altro ed insisteva tuttavia sul carattere internazionale del socialismo. In quella circolarità Lenin andò accentuando, rispetto al polo occidentale del movimento, il ruolo che sul piano mondiale avrebbe avuto (e stava già avendo) la «tempesta sull’Asia», cioè il fatto che «l’Oriente (…) è stato trascinato definitivamente nel turbine generale del movimento rivoluzionario mondiale» sia per le conseguenze complessive della guerra imperialistica sia per la vittoria socialista in un grande paese-ponte dell’Eurasia” (pag 683) [Luigi Cortesi, ‘La speranza della ragione. Settant’anni dalla rivoluzione d’Ottobre’, Belfagor, Firenze, n. 6 30 novembre 1987] [Lenin-Bibliographical-Materials] [LBM*]

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