“Quando a Gotha nel 1875 il congresso di unificazione tra i socialdemocratici «eisenachiani» e l’Associazione lassalliana accrebbe quello che i possidenti chiamavano il «pericolo proletario», e quando verso il 1876 tra il Centro e il partito conservatore, due partiti sostanzialmente agrari, venne delineandosi una confluenza d’interessi economici, e si profilò quindi la minaccia di due opposizioni, da sinistra e da destra, insostenibili per il cancelliere pur avendo egli il supporto del partito nazional-liberale che nel Reichstag disponeva di quasi la metà dei voti: quando questa minaccia divenne tangibile, Bismarck suonò la ritirata ai ‘Kulturkämpfer’. (…)” (pag 302); “Se gli scioperanti venivano arrestati per turbamento dell’ordine pubblico, ai dirigenti del partito socialdemocratico che contestavano la politica sciovinista dell’impero toccava invece l’accusa più grave di cospirazione e di alto tradimento: come capitò nel 1872 a Wilhelm Liebknecht e Bebel, i due deputati «eisenachiani» che nella Dieta della Confederazione del nord avevano propugnato già nel novembre 1870 una pace con la repubblica francese senza annessioni. Ebbero una condanna a due anni di fortezza, e le dichiarazioni di Liebknecht al processo di Lipsia circa i destini del ‘Reich’ furono assolutamente profetiche (11). La sbrigativa accusa di alto tradimento, che non badava ai fatti ma incriminava le idee, era del resto la categoria preferita degli ideologi del ‘Reich’ contro gli oppositori di qualsiasi colore. Nello stesso anno del processo di Lipsia, Eduard von Hartmann [1872: 98] l’applicò ai cattolici: «non possono essere buoni cattolici senza diventare rei, almeno idealmente, di altro tradimento verso la loro patria». Su quel che si dovesse intendere per «patria» e «Stato», e quale significato avessero altri concetti teorici generali (compreso quello di «lotta di classe»), erano molto vaghe le idee nei due tronconi del movimento operaio, l’Associazione lassalliana e il partito socialdemocratico degli «eisenachiani». L’Associazione, nella tradizione del fondatore, aveva riconosciuto e accettato da tempo l’egemonia della Prussia; e agli «eisenachiani» gli scritti teorici di Marx erano pressoché sconosciuti. I mille esemplari del primo libro del ‘Capitale’ marxiano (1867) ci misero cinque anni per avviarsi all’esaurimento, e in Germania se ne vendette solo qualche centinaio. Fu sotto l’influenza dell’insurrezione parigina della Comune che cominciarono a penetrare, dal 1872, idee tratte dal lontano ‘Manifesto del partito comunista’ e dal ‘Capitale’, opera che Bebel studiò soltanto durante i suoi due anni di prigionia. Prima, per quanto riguarda la teoria, erano magari circolate tra i socialdemocratici le concezioni filosofiche di Joseph Dietzgen (…) Dal versante positivista agiva Dühring, un libero docente scomodo nell’ambiente accademico, estromesso dall’università di Berlino dopo il suo ‘Corso di economia politica e sociale’ (1873) in cui patrocinava una società «socialitaria», senza proprietà privata, da instaurare ora e subito perché così lo reclamava la libera volontà. Non erano comunque le idee filosofiche, bensì le angherie politiche poliziesche e giudiziarie che colpivano le due organizzazioni operaie, a spingere al congresso che a Gotha, nel maggio 1875, fuse entrambe nel Partito socialista tedesco dei lavoratori. Al programma del nuovo partito Marx in celebri ‘Glosse marginali’ rimproverò confusione, tra l’altro, anche per il modo in cui vi si affrontava il problema dello Stato: contraddittorio essendo che abolizione del lavoro salariato e delle disuguaglianze politiche e sociali, creazione di uno «Stato libero» e di una società socialista, tutti obiettivi «che hanno senso soltanto in una repubblica democratica», venissero chiesti «a uno Stato che non è altro se non un dispotismo militare guarnito di forme parlamentari, mescolato con appendici feudali, già influenzato dalla borghesia, tenuto insieme dalla burocrazia, tutelato dalla polizia», e per giunta assicurando a questo Stato «che si immagina di potergli imporre cose del genere con “mezzi legali”» [K. Marx, 1875: 971]. Le parole d’ordine immediate del programma – leggi di protezione sociale per i lavoratori, la difesa del suffragio universale sempre insidiato dalle classi dominanti e qui rivendicato anche all’elettorato femminile, la milizia popolare di contro all’esercito permanente – portarono in realtà a una buona mobilitazione delle masse. I voti per il nuovo partito crebbero nel 1877 a 493.000 (il 9.1%), con tredici seggi al ‘Reichstag’: dove diventò il quarto partito dopo nazional-liberali, Centro e conservatori. Di fronte a questo montante «pericolo proletario», Bismarck strumentalizzò subito due attentati a Guglielmo I, fatti da anarchici nel maggio 1878 e in cui i socialisti non c’entravano per nulla. Il 19 ottobre, in un clima d’isterismo nazional-patriottardo, passò al ‘Reichstag’ la «legge contro i socialisti», rinnovabile di triennio in triennio, che sciolse il partito operaio, ne vietò i giornali, imprigionò circa 1.500 persone per un totale di mille anni di detenzione (12), ne espulse 900 dalla Germania con ordinanza giudiziaria, e costrinse molti altri ad emigrare. I dodici anni di clandestinità del partito, fino a quando nel settembre 1890 la legge decadde per mancato rinnovo, ebbero plurimi effetti. Il primo fu quello che Mehring chiamerà il «raccoglimento scientifico». Dal luglio 1878 era cominciato a circolare come libro a sé il cosiddetto ‘Anti-Dühring’ di Engels (ovvero, titolo originario ‘La scienza sovvertita dal signor Dühring’). Confrontandosi con le dottrine filosofiche ed economiche di quel positivista, Engels in tema di «filosofia», «economia politica» e «socialismo» fornì in quell’opera un compendio dei principi fondamentali di Marx. «Solo dalla ricezione di questo libro si può parlare in generale in Germania di una “scuola” marxista» [H.J. Steinberg, 1979: 26]” [Nicolao Merker, ‘La Germania. Storia di una cultura da Lutero a Weimar’, Roma, 2016] (pag 302-308) [(11) «Con fatale necessità uno Stato come la Germania prussizzata di Bismarck è votato a rovina violenta per il modo stesso in cui è sorto (…). Nata sui campi di battaglia, figlia di un colpo di Stato, della guerra e della rivoluzione dall’alto, la Germania dovrà correre senza posa da colpo di Stato a colpo di Stato, da guerra a guerra, e alla fine sgretolarsi sui campi di battaglia oppure soccombere alla rivoluzione dal basso. E’ una legge di natura» [in K.H. Leidigkeit, 1960: 256-57]. Nel 1918 si avvereranno contemporaneamente entrambe le prognosi di Liebknecht; (12) Ancora prima della legge, già nel giugno-luglio 1878, erano state emesse condanne a più di 500 anni per il crimine di «lesa maestà»: «un trucco prediletto dalle spie era quello di lanciare improvvisamente un evviva al Kaiser durante le assemblee operaie, oppure nei locali frequentati dagli operai; chi non si alzava in piedi o non si toglieva il cappello era denunciato per lesa maestà» [F. Mehring, 1897 c: 1198]”

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