“Dicevo, qui poco innanzi, che la nostra dottrina obiettivizza, e in un certo senso ‘naturalizza’ la storia, invertendo la spiegazione dai dati alla prima evidenti delle volontà operanti a disegno, e delle ideazioni ausiliari all’opera, alle cause ed ai moventi del volere e dell’operare, per trovar poi la coordinazione di tali cause e moventi nei processi elementari della produzione dei mezzi immediati della vita. Ora in cotesto termine del ‘naturalizzare’ si cela per molti una forte seduzione a confondere queste ordine di problemi con un altro ordine di problemi; e, cioè, ad estendere alla storia le leggi e i modi del pensiero, che parvero già appropriati e convenienti allo studio ed alla spiegazione del mondo naturale in genere, e del mondo animale in ispecie. E perché il Darwinismo è riuscito ad espugnare, col principio del trasformismo della specie, l’ultima cittadella della fissità metafisica delle cose, onde poi gli organismi diventan per noi le fasi ed i momenti di una vera e propria ‘storia naturale’ (15), è parso a molti fosse ovvia e semplice impresa quella di assumere a spiegazione del divenire e del vivere umano storico i concetti, e i principii, e i modi di vedere cui venne subordinata la vita animale; che per le condizioni immediate della lotta per l’esistenza si svolge negli ambiti topografici della terra non modificati da opera di lavoro. Il ‘Darwinismo politico e sociale’ (16) ha invaso, a guisa di epidemia, per non breve corso di anni, le menti di parecchi ricercatori, e assai più degli avvocati e dei declamatori della sociologia, ed è venuto a riflettersi, quale abito di moda e qual corrente fraseologica, perfino nel linguaggio cotidiano dei politicanti” [Antonio Labriola, Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare, Roma, 1972, note di Ascanio Cinquepalmi, introduzione di Giuseppe Bedeschi] [(15) E’ lo stesso concetto espresso da Marx nella Prefazione alla prima edizione del ‘Capitale’ allorché scriveva: «Il mio punto di vista… considera ‘lo sviluppo della formazione economica della società’ come ‘processo di storia naturale’ (…)» (K. Marx, ‘Il Capitale’, Newton Compton ed., Roma, 1970, pag. 43). Labriola, peraltro, osserva anche che «la rivoluzione intellettuale, che ha condotto a considerare come assolutamente obiettivi i processi della storia umana è coeva e rispondente a quell’altra rivoluzione intellettuale, che è riuscita a storicizzare la natura fisica» (‘Discorrendo di socialismo e di filosofia’, in ‘Saggi’, op. cit., pag. 208); (16) La polemica di Labriola si svolge sempre non contro la teoria darwiniana dell’evoluzionismo, cui anzi riconosce un’omogeneità metodologica con il marxismo (in questo stesso volume nel cap. V, pag. 67), ma contro quella sua deviazione «volgare» che tende all’applicazione immediata di quella teoria alla storia umana pretendendo di averne scoperto la legge universale (cfr. ‘In memoria del Manifesto dei Comunisti’, in ‘Saggi’, op. cit., pag. 19). Labriola in altri termini respinge l’ipotesi di una derivazione subordinata del materialismo storico dal darwinismo, cui arriva solo a riconoscere una sorta di affinità «analogica» con il marxismo. Labriola nelle critiche al darwinismo sociale riprende peraltro le conclusioni teoriche già acquisite dal marxismo della Seconda Internazionale. Su questo punto cfr. Ernesto Ragionieri: ‘Il marxismo e l’Internazionale’, Roma, 1968. Sullo sviluppo della polemica marxismo-darwinismo in Italia si confronti la discussione tra Turati e Ferrero sulla «Critica sociale», 1892 (II), n. 9, dal titolo ‘Carlo Marx ucciso da Carlo Darwin’]

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