“Quello di cui ci stiamo occupando è un problema di vecchia data, anteriore alla stessa Rivoluzione d’Ottobre. Poco prima della sua morte, Engels aveva osservato che «la conduzione della guerra» era ormai «un ramo particolare della grande industria» sicché la grande industria era «divenuta una necessità politica» per un paese che non voleva subire l’assoggettamento, ed esso poteva realizzarla «soltanto in una forma, quella capitalistica» (MEW, 38; 467-68). Erano riflessioni contenute in una lettera a Nikolaj F. Daniel’son, curatore dell’edizione in lingua russa del ‘Capitale’. Quest’ultimo aveva chiarito in modo più esplicito il dilemma in cui i socialisti si sarebbero venuti a trovare in Russia una volta conquistato il potere: impegnarsi a fondo nel processo di industrializzazione (lasciando uno spazio più o meno ampio al capitalismo), al fine di colmare il ritardo rispetto ai paesi più avanzati? L’effetto collaterale sarebbe stato l’aggravarsi della polarizzazione sociale all’interno del paese. Puntare su un lento e graduale sviluppo socialista a partire dal MIR, dalle comunità di villaggio tradizionalmente caratterizzate da un orientamento più o meno egualitario? Ciò avrebbe forse evitato le diseguaglianze e le tragedie intrinseche all’industrializzazione capitalistica, ma avrebbe aggravato il ritardo della Russia e l’avrebbe sempre di più «esposta al dominio coloniale esercitato da una o dall’altra delle grandi potenze mondiali» (in Kotkin 2014, pp. 65-6). E dunque: quale delle due diseguaglianze doveva in primo luogo essere presa di mira, quella interna alla Russia o quella globale e planetaria?” [Domenico Losurdo, ‘Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere’, Bari, 2017]

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