“Nella stesura del 1933 di quella che sarà, poi, la ‘Teoria Generale’, Keynes usò la distinzione tra una “economia cooperativa” ed una “economia imprenditoriale” per argomentare che nell’economia cooperativa la domanda globale non può fluttuare e vale la legge di Say; il che porta a dire che la disoccupazione involontaria debba esser considerata una caratteristica specifica di un’economia di mercato basata sul lavoro salariato. Per Keynes l’economia cooperativa, come si è detto, è caratterizzata dal fatto che “i fattori della produzione sono remunerati dividendo in proporzioni concordate il prodotto effettivo della loro attività cooperativa”; e quando ciò avviene, a suo giudizio, vale “il secondo postulato della teoria classica” e non vi può essere ostacolo ad occupare nuovi lavoratori fino a quando la produttività marginale del lavoro è maggiore della disutilità marginale di esso. La considerazione che in un’economia cooperativa valga la legge degli sbocchi indusse, poi, Keynes a dire che «la distinzione tra un’economia cooperativa e un’economia imprenditoriale (o capitalistica) si collega in qualche modo ad una pregnante osservazione fatta da Karl Marx», l’osservazione secondo la quale «la natura della produzione del mondo attuale non è, come gli economisti sembrano spesso supporre, un caso di C-M-C’, cioè di scambio di merci (o sforzo produttivo), C, con moneta, M, allo scopo di ottenere un’altra merce (o sforzo)» bensì un caso di M-C-M’, cioè di scambio di moneta con merci, per ottenere più moneta (1933, p. 81); laddove l’economia cooperativa è appunto un caso di C-M-C’. Così, anche per questa via, Keynes fu portato a credere che le crisi di sovrapproduzione sono impossibili nelle società ove la natura della produzione è un caso di C-M-C’, come l’economia di baratto o l’economia cooperativa, e sono tipiche, invece, dell’economia capitalistica. Il sistema economico che Keynes chiamava “economia cooperativa” veniva da lui assimilato anche alla “economia naturale”, ma, anche se i passi di Keynes al riguardo sono piuttosto brevi e di non facile interpretazione, sembra che ciò che egli intendeva per economia cooperativa non sia molto diverso da ciò che ancor oggi si intende per un sistema di cooperative di produzione o imprese autogestite” [Bruno Jossa, La teoria economica delle cooperative di produzione e la possibile fine del capitalismo. Volume I, Torino, 2005]

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