“Non si trova in Marx una specifica teoria dei cicli economici, e, in realtà, egli considera illegittimo qualsiasi tentativo di elaborare una teoria siffatta. Egli sembra piuttosto d’avviso che le crisi siano semplicemente espressioni della “contraddizione fondamentale del capitalismo”, cioè del fatto che la produzione è finalizzata al profitto anziché all’uso dei prodotti, e che la stessa spinta all’aumento dei profitti distrugge le occasioni d’investimento. La teoria dei cicli economici non è perciò, in Marx, qualcosa di distinto dall’analisi generale dell’accumulazione del capitale. Il quadro che egli traccia del processo ciclico può essere riassunto nei seguenti termini. In una fase di espansione la domanda di lavoro derivante dall’accumulazione eccede l’offerta disponibile: l’esercito di riserva si esaurisce e la scarsità relativa del lavoro provoca l’aumento dei salari; ne segue una riduzione dei profitti e un rallentamento dell’accumulazione. Quest’ultimo dà luogo a una contrazione della domanda aggregata: inizia così la fase discendente del ciclo. Durante la crisi il capitale perde valore, mentre la ricostituzione dell’esercito di riserva dei disoccupati fa diminuire i salari. Ciò ripristina la convenienza dell’attività produttiva e prepara la ripresa dell’accumulazione: la crisi è, al tempo stesso, castigo e catarsi.  Questa teoria delle variazioni cicliche dell’esercito industriale di riserva si riallaccia alla tesi della caduta tendenziale del saggio del profitto nel lungo periodo e a quella della possibilità di sproporzioni fra i saggi di sviluppo delle industrie dei beni capitali e di  quelle dei beni di consumo. “La causa ultima di ogni crisi” rileva Marx, è la cattiva distribuzione del reddito in regime capitalistico, dovuta al fatto che i salari reali non riescono ad aumentare alla stessa velocità del prodotto per lavoratore. Ciò non significa che Marx abbia elaborato una teoria del sottoconsumo, o nel senso che il processo di risparmio e d’investimento conduca necessariamente alla sovrapproduzione, a meno che non appaia una nuova fonte di domanda di consumo, o nel senso che all’origine di una crisi vi sia sempre un’insufficienza di tale domanda (pp. 217 sg. di questo volume). La prima versione, sostenuta da Malthus, è confutata dagli schemi di riproduzione, i quali dimostrano la possibilità concettuale della riproduzione allargata a un saggio di sviluppo costante. La seconda versione è confutata dalla penetrante osservazione di Marx che i salari non sono mai così alti come alla vigilia della crisi; l’aumento dei salari non vale di per sé a perpetuare l’espansione, poiché non fa che provocare una situazione in cui il rapporto fra salari e prezzi è insoddisfacente dal punto di vista dei capitalisti. L’idea che possiamo ravvisare in Marx è che il capitalismo tende continuamente a espandere la produzione senza riguardo alla domanda effettiva, mentre è questa soltanto che può dare un senso alla produzione. L’espansione produttiva, d’altro lato, non genera automaticamente un aumento proporzionale della domanda effettiva, poiché un saggio di accumulazione del capitale troppo elevato riduce il saggio di profitto, anche se le innovazioni incorporate nel capitale addizionale, per essere in larga misura risparmiatrici di lavoro, contribuiscono a comprimere i salari” [Mark Blaug, Storia e critica della teoria economica, 1977]

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