“I grandi parevano, a Turati, soprattutto dei “buoni”. Buono Jaurès (“in fondo, la sua bontà – attiva, allegra, feconda – era più grande della sua intelligenza”, scrisse a Treves, “grandissima, immensa”). Buono Benoît Malon (“il suo animo era largo e buono, e moltissimo egli amò e moltissimo e da tutti fu amato”). Buono Leopoldo Jacoby (“povero e buon Leopoldo Jacoby!”). Buono anche Engels (che “nel suo tramonto, ci amava”, e “la grandezza della cui modestia non aveva riscontro che nel suo affetto fedele per l’amico rivissuto in lui”). Se questi parevano a lui esempi di bontà, immaginiamo quando si viene a Manzoni o a De Amicis o gli italiani più vicini nella propaganda e nella lotta! Non che Turati fosse solo un sentimentale; quel suo bisogno di vedere nella gente, soprattutto nella gente della sua parte, il lato della bontà, faceva parte integrante della sua personalità, ne era in fondo la chiave. La “bontà” di Turati, temperata dall’ironia, se da una parte lo ricollega a tutta una tradizione lombarda di umanitaria mitezza, d’altra parte dà forse la spiegazione dell’atteggiamento dei capi socialisti di origine non operaia verso il loro movimento” [Aldo Garosci, Pensiero politico e storiografia moderna. Saggi di storia contemporanea, 1954]

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