“Il 1789 fu per Carlo Marx un gioioso appuntamento del mondo con la sua storia. La politica marciava di pari passo con l’evoluzione delle forze sociali; la monarchia era stata sconfitta. Avrebbe potuto vantare dieci anni di politica riformista e democratica; avrebbe potuto farsi forte d’aver chiamato a dirigere il governo Turgot, uno degli esponenti di spicco della scuola fisiocratica che fiancheggiava dalla Francia il movimento liberale inglese. Avrebbe potuto chiedere un’apertura di credito fiduciaria per una dinastia che era stata la prima, anzi l’unica ad aver appoggiato i coloni ribelli del Nord America. Infine aveva convocato gli Stati Generali, ben sapendo quale tipo di delegati si sarebbe trovata di fronte e quali rivendicazioni, soprattutto in termini di imposte e di assetto fondiario della proprietà. Ma non fece nulla di tutto questo; s’impigliò anzi in alcune mosse sbagliate, come la contrarietà a far riunire tutti insieme in un’unica assemblea i tre Ordini dello Stato, dalla quale vennero motivi di contrasto con i convocati. Questi proseguirono nel loro cammino, proclamarono la trasformazione degli Stati Generali in Assemblea Costituente e il 4 agosto votarono a schiacciante maggioranza l’eliminazione di tutti i titoli e i privilegi feudali, su un ordine del giorno proposto da uno dei più illustri rappresentanti della nobiltà francese: l’abate Talleyrand-Périgord. L’entusiasmo di Marx per quella data fatidica non era causato da questi successi politici; lui vedeva molto più lontano. Nel 1789 e negli effetti che ne seguirono con ritmo sempre più incalzante Marx vide il trionfo pieno e assoluto della borghesia, premessa indispensabile alla rivoluzione sociale e all’affermazione del comunismo. Nel frattempo si era fatta strada nella sua mente un’osservazione che a tutta prima gli sembrò interessante ma marginale: la borghesia è la prima classe dominante a non essere una classe governante. Governa cioè per interposte persone e per interposte istituzioni. Questa scoperta, della quale troviamo l’annuncio nel saggio ‘Sulla questione ebraica’, si rivelerà fondamentale col passare del tempo. Da qui infatti si pose un altro problema strettamente connesso ed è il ruolo dello Stato. L’ideologia del comunismo prevedeva che, al termine della rivoluzione proletaria, l’avvento della libera società comunista comportasse la scomparsa dello Stato. S’intende dello Stato borghese quale la borghesia l’aveva edificato a beneficio dei propri interessi di classe. La storia tuttavia avrebbe fornito parecchie smentite a questa troppo schematica visione. La prima smentita si ebbe nel corso stesso della Grande Rivoluzione, quando nel 1794 fu instaurata la dittatura del Comitato di Salute Pubblica e di Robespierre. Ma poi si ebbe una seconda smentita con Bonaparte console a vita e subito dopo imperatore. Infine una terza disconferma nel 1852 con l’impero di Napoleone III nato, prima ancora che dal ‘Putsch’ militare del 2 dicembre, dall’elezione gestita dai repubblicani conservatori di Luigi Bonaparte a presidente della Repubblica. Che cosa dimostravano queste smentite che l’esperienza storica aveva accumulato? Ecco il pensiero di Marx in proposito: “La prima Rivoluzione francese, a cui si poneva il compito di spazzare tutti i poteri indipendenti di carattere locale e territoriale al fine di creare l’unità borghese della nazione, dovette necessariamente sviluppare ciò che la monarchia assoluta aveva incominciato: il concentramento e in pari tempo l’ampiezza del potere governativo. Napoleone porterà alla perfezione questo meccanismo”. E poi, ritornando molti anni dopo sul medesimo tema: “Ogni interesse comune veniva subito staccato dalla società e contrapposto ad essa come interesse generale più alto, strappato all’iniziativa individuale dei membri della società e trasformato in oggetto dell’attività di governo. Se a questa attività amministrativa tentacolare si aggiungono le necessità della repressione sociale e politica, si comprende la formidabile sfera di potere separato dalla società che lo Stato francese post-rivoluzionario costruisce e che d’altra parte è oggetto di tante contese. Tutti i rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa macchina invece di sgretolarla e i partiti che lottavano per il potere considerarono il possesso di questo comune edificio dello Stato come il bottino principale del vincitore”. Marx giudicava positivamente il centralismo adottato da Richelieu e da Mazarino che metteva lo Stato contro la feudalità. Contemporaneamente Tocqueville scriveva riflessioni quasi identiche ragionando nel solco del pensiero liberaldemocratico. Le sue osservazioni partivano tutte da un dato di fatto: la classe borghese, nel momento stesso della sua vittoria sul regime feudale, aveva dimostrato la propria incompatibilità a governare direttamente” [Eugenio Scalfari, Per l’alto mare aperto. La modernità e il pensiero danzante, 2011]

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